Echi dal Monte Grappa
- Nadia De Cristofaro

- 23 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Dall’eternità della pietra alla vulnerabilità di una gioventù smarrita
Vi è un luogo, tra le Prealpi venete, che narra, con voce antica, echi di gioventù incastonate tra cielo, passato e memoria; tra Treviso e Vicenza, la roccia e il vento sembrano tessere, insieme, il racconto di un tempo, un poema di pietra che degrada in cerchi concentrici verso il cielo.

Sul sacrario del Monte Grappa il tempo non scorre: si addensa. Il silenzio non è assenza, ma sgorga dalla roccia come una domanda, scolpita a 1.776 metri di quota. Là, dove tra il 1917 e il 1918 si arrestò uno degli urti decisivi della Prima guerra mondiale, la montagna, custode di una giovinezza perduta, impone attenzione e raccoglimento. Vi riposano circa ventitremila soldati, italiani e austro-ungarici, giovani corpi, molti dei quali di identità ignota, ordinati nella pietra, in un’architettura disciplinata in gironi concentrici che stringono la vetta in una spirale severa: un’ascesa, senza scorciatoia, dove ogni gradone reca nomi, gradi, reparti. Tra loro, anche il soldato ungherese omonimo dell’eterno bambino: Peter Pan. Tutti ragazzi giovani, giovanissimi che, anche tra le pagine più asciutte dei diari più scarni, non ricercavano l’eroismo ma, con un attaccamento ostinato alla vita, temevano ed esorcizzavano scrivendo, pensando e progettando, anche nella notte più buia, il ritorno. Quando la guerra strappò loro la giovinezza, la vita – paradosso − stava appena prendendo forma. Quella montagna, che per loro fu rifugio e condanna, diventa, oggi, specchio di un confronto inquietante con i nostri giovani, immersi in molteplici possibilità ma schiacciati da un senso di insufficienza profonda, da una pressione continua e diffusa.
I loro mali sono silenziosi, frammentati, astratti: solitudine, iper-confronto, precarietà identitaria, ansia da prestazione, timore di non poter soddisfare aspettative implicite e onnipresenti. In una quotidianità che tutto misura, il valore personale sembra doversi dimostrare e l’esistenza è declassata a risultato, performance. Il disagio nasce, spesso, da una frattura tra visibile e comprensibile. I giovani sono visti, esposti, osservati, ma raramente ascoltati. Quando il dolore non ha parole, quando la fragilità diventa colpa e chiedere aiuto appare una sconfitta, perché vien meno la percezione di essere legittimati a farlo, la vita, evanescente, può trasformarsi in peso insostenibile; e il suicidio non è mai solo un atto individuale, ma il segnale di un legame che si è spezzato (Durkheim). Mentre i giovani del Monte Grappa vivevano in condizioni estreme, disumane, nel fango, nella paura, nell’attesa della morte − eppure desideravano tornare, ricominciare, continuare, sentivano il valore indiscutibile e supremo della vita − oggi, paradossalmente, in un tempo che promette e decanta libertà, opportunità e scelta, i nostri giovani arrivano a percepire la propria esistenza come “superflua”.
Là, nell’alto silenzio del Grappa, la pietra permane mentre il vento scorre, testimone invisibile del passaggio di quelle generazioni eternamente giovani che, non potendo afferrare la vita, sono diventate memoria, eco incisa nella roccia. Qui il presente, chiamato a volgere lo sguardo a chi si trascina, camminando fragilmente nel tempo che è dato.
Il Sacrario narra e testimonia che la giovinezza è, per sua natura, vulnerabile, che non fiorisce per essere schiacciata dalla violenza della storia o dall’indifferenza del presente. Custodire la memoria è offrir senso dove è smarrimento, intrecciare legami, sostare nell’ascolto, nutrirsi anche di silenzio. Perché, se il volto della giovinezza muta nelle epoche, il bisogno che la attraversa permane invariato: esser vista, accolta e compresa per poter continuare a esistere.



