Due popoli, due sensi di colpa. Le false buone intenzioni
- Mario Bove

- 13 ott
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“Persone in buona fede, antifascisti, pensano che si sia esaurito il credito morale che il popolo ebraico ha assunto in quanto popolo vittima della Shoah”, così Marco Damilano citando Gad Lerner durante la trasmissione il Cavallo e la Torre su Rai3 dello scorso 29 settembre. “C’è un gioco mediatico che serve a svuotare le coscienze dal senso di responsabilità per quello che è successo (la Shoah)”, la replica del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.
Dopo l’indicibile tragedia della Shoah, si è affermata la convinzione che il popolo d’Israele dovesse essere risarcito per il genocidio. A corollario, la motivazione che ha convinto opinione pubblica e politica “occidentale” ad accettare la nascita dello stato d’Israele nel 1948 era che il popolo di fede ebraica dovesse avere uno stato che garantisse sicurezza e sopravvivenza. Il principio di autodeterminazione sorretto dalla tradizione delle sacre scritture e dalla paura collettiva dell’antisemitismo. Nei lunghi anni che hanno caratterizzato la questione israelo-palestinese, numerosi paesi hanno di fatto assecondato l’espansione illegale e costante dei coloni israeliani, sempre per lo stesso motivo, il senso di colpa.
Veniamo alla controparte palestinese, negli ultimi tempi reso emblema di quella parte del mondo vittima del nostro benessere, al pari delle genti d’Africa, India, Sud Est asiatico e sud America. Il mondo industrializzato continua a sfruttare, depredare, inquinare e porre la sua potente ingerenza in quelle regioni del globo dove lo sviluppo delle economie fatica a prendere il volo in senso moderno. L’”Occidente” post-coloniale mantiene una catena ancora visibile con queste nazioni prendendo risorse e restituendo spesso rifiuti, armi e una pesante influenza che destabilizza la politica locale.
Qui il senso di colpa si trasforma spesso in un ipocrita terzomondismo di facciata, paternalista, etnocentrico, capace di periodica munificenza ma non di lasciare ai popoli la capacità di decidere il proprio destino. Con la veste garbata di chi vuole fare affari, si giustifica il perdurare dello sfruttamento, si guarda ai paesi in via di sviluppo come luoghi dove “importare il benessere”, ovvero impiantare fabbriche, cogliendo le opportunità di una legislazione del lavoro meno stringente, un costo della manodopera più basso, vincoli ambientali nulli. Accanto ad una formale indipendenza dei governi locali si associano i più disparati accordi che non avrebbero luogo lì dove i diritti civili sono ancora saldi.
Il senso di colpa giustifica la realizzazione ad est del Mediterraneo di qualcosa che sa di un’enorme speculazione edilizia, una riviera extralusso che il ministro israeliano Smotrich ha definito “una miniera d’oro immobiliare” durante un convegno pubblico. A Gaza si vuole una Las Vegas mediorientale per risarcire dopo la distruzione. Chi sa però dove andranno a vivere tutti i palestinesi che hanno perso qualsiasi cosa e che non potranno certo permettersi uno di questi appartamenti.
Non sarebbe quindi l’ora di mettere da parte il senso di colpa dell’opinione pubblica e ragionare senza essere guidati dall’emotività per evitare che prevalgano per l’ennesima volta interessi che nulla hanno a che fare con i diritti di chi ha subito violenze un tempo inimmaginabili?






