Con l’AfD, cede l'ancora dell’Europa
- Viviana Laperchia

- 1 ora fa
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La vittoria dell'estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) nello stato della Sassonia-Anhalt è un maremoto storico che si avverte ben oltre il Bundestag di Berlino. (English version below)

Non si tratta di un semplice voto di protesta locale, ma di un segnale profondo che le placche tettoniche della politica europea si sono ormai allontanate definitivamente. Anche se un cordone istituzionale dovesse riuscire a impedire al partito estremista di assumere la guida effettiva del governo regionale, il divario è irreversibile. Il solo fatto che quasi il 45% dell'elettorato abbia sostenuto una piattaforma basata sull'etno-nazionalismo solleva un interrogativo inquietante: la Germania è ancora in grado di tenere alta la fiaccola della democrazia e della stabilità in Europa, o l'ancora storica del continente si è definitivamente spezzata?
Questa ondata reazionaria mette a nudo un'ironia culturale ancora più surreale. Nell'ex Germania dell'Est comunista, una nostalgica e distorta memoria della stabilità autoritaria non ha segnato un prevedibile ritorno a sinistra, ma ha spinto violentemente il timone verso l'estrema destra. Questo fenomeno ha completamente ribaltato i paradigmi e i ruoli politici consolidati nel dopoguerra, sradicando l'ancoraggio ai valori democratici tradizionali e strumentalizzando i rancori del passato per manipolare la democratizzazione del presente. Ad impennare la svolta, si aggiunge l’insoddisfazione che investe anche la leadership del Cancelliere Friedrich Merz e un centro-sinistra che non convince più, colpevole di aver tradito gli interessi del popolo per gestire lo Stato come fosse una media impresa del Mittelstand. A ben poco sono serviti i moniti, piuttosto retorici se non tardivi, dell’ex cancelliere Angela Merkel di ritornare a preservare la democrazia.
Un attimo di distrazione e la frammentazione interna della Germania ha accelerato bruscamente, sganciando il Paese da quell'ormeggio di tutele proprio mentre il panorama internazionale si mostra sempre più ostile ai diritti umani. Nel resto dei Paesi membri, il populismo di destra, sminuito negli ultimi anni come un temporale estivo, ha preso la forma di una vera e propria corrente di fondo, incarnata dall'iconica celebrazione della longevità del governo di Giorgia Meloni in Italia, indesiderato punto di attracco della politica continentale.
A completare il quadro decadente di una Germania alla deriva, si incastra l'allineamento incondizionato di Berlino con il governo israeliano di estrema destra, che ha spezzato i legami diplomatici con la comunità internazionale a un costo imbarazzante. Questa posizione ha alienato i consueti alleati globali e ha contribuito direttamente all'umiliazione storica di una Germania esclusa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Su questo scenario gravano le nubi di un'America sempre più palesemente fascista. Per decenni, l'ordine globale si è fondato sull'assunto che, anche laddove Washington avesse vacillato, la Germania sarebbe rimasta il baluardo democratico d'Europa. Ed ecco che mentre l'AfD entra nel mainstream, l’illusione si frantuma: la Germania non è più l’ancora di salvezza, ma lo scoglio su cui si infrange la democrazia.
Il potere del voto nelle altre regioni a fine settembre potrebbe forse essere il compasso per ritrovare la rotta, altrimenti all'Occidente non resterà che toccare di nuovo il fondo prima di poter risalire. E qui la domanda non più è retorica ma si fa esistenziale: quante volte ancora si può naufragare di fascismo?
With AfD, Europe’s Anchor Is Giving Way
The victory of the far-right Alternative für Deutschland (AfD) in the state of Saxony-Anhalt is a historic tidal wave whose impact is felt far beyond the Bundestag in Berlin.
This is not merely a local protest vote, but a profound sign that the tectonic plates of European politics have now drifted apart for good. Even if an institutional blockade were to succeed in preventing the extremist party from effectively taking the helm of the regional government, the rift is irreversible. The mere fact that nearly 45% of the electorate supported a platform based on ethno-nationalism raises a disturbing question: is Germany still capable of holding high the torch of democracy and stability in Europe, or has the continent’s historic anchor finally given away?
This reactionary wave lays bare an even more surreal cultural irony. In the former communist East Germany, a nostalgic and distorted memory of authoritarian stability did not lead to a predictable shift back to the left, but instead violently steered the course toward the far right. This phenomenon has completely overturned the political paradigms and roles established in the postwar era, uprooting the foundation of traditional democratic values and exploiting the resentments of the past to manipulate the democratization of the present. Adding fuel to this shift is the dissatisfaction that has also engulfed Chancellor Friedrich Merz’s leadership and a center-left that no longer inspires confidence (accused of betraying the people’s interests to run the state as if it were a medium-sized Mittelstand business). The warnings – largely rhetorical, if not belated – from former Chancellor Angela Merkel to return to preserving democracy have served little purpose.
A moment of inattention, and Germany’s internal fragmentation has accelerated sharply, severing the country from its safety net just as the international landscape is becoming increasingly hostile to human rights. In the rest of the member states, right-wing populism—which in recent years had been dismissed as a summer storm—has taken the form of a full-fledged undercurrent, embodied by the iconic celebration of the longevity of Giorgia Meloni’s government in Italy, an unwelcome anchor point for continental politics.
Completing the bleak picture of a Germany adrift is Berlin’s unconditional alignment with the far-right Israeli government, which has severed diplomatic ties with the international community at an embarrassing cost. This stance has alienated Germany’s traditional global allies and directly contributed to the historic humiliation of a Germany excluded from the United Nations Security Council.
This scenario is overshadowed by the dark clouds of an increasingly overtly fascist America. For decades, the global order was based on the assumption that, even if Washington were to falter, Germany would remain Europe’s bastion of democracy. And now, as the AfD enters the mainstream, that illusion is shattering: Germany is no longer the lifeline, but the rock against which democracy is crashing.
The power of the vote in other regions in late September might perhaps serve as the compass to get back on course; otherwise, the West will have no choice but to hit rock bottom again before it can begin to rise. And here the question is no longer rhetorical but becomes existential: how many more times can we be shipwrecked by fascism?



