Ci vuole un’altra vita (abitante)
- Elisabetta Palladino

- 6 giorni fa
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C’è una canzone di Franco Battiato, uscita nel 1983, che si intitola “Un’altra vita”. Qui il cantautore siciliano, dopo aver elencato una serie di situazioni che caratterizzano le giornate dell’uomo occidentale (il traffico mattutino, i litigi di coppia, le strade bloccate dai lavori in corso, il pigro abbandono sui divani serale), dichiara, con il suo fare quasi profetico, che ci vorrebbe un’altra vita. Basta quindi con le ideologie, le terapie, i tranquillanti e gli eccitanti: nulla serve realmente poiché l’unico cambiamento, la vera trasformazione radicale, si avrà solo quando si modificherà il nostro modo di stare sulla Terra

È quello che forse pensava anche Friedrich Hölderlin, il poeta tedesco che visse la seconda parte della sua vita in una torre a Tubinga. Chi lo andava a trovare, così come i medici che lo visitavano, sosteneva che all’improvviso era diventato pazzo. Lui stesso con questa follia ci giocava (come si evince da alcune lettere in cui sembra voler prendere in giro il destinatario, esasperando alcuni tratti tipici del “folle”). Se la pazzia fosse reale o no poco importa. Quello che conta è che a partire dal 1807 fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1843, Hölderlin trascorse la sua esistenza fuori dal mondo. Il suo biografo riporta, infatti, che la frase da lui maggiormente ripetuta era: “Es geschieht mir nichts”, che significa letteralmente “Non mi succede nulla”.
Chiuso nella sua torre, Hölderlin scrisse sotto pseudonimo (si firmava “Scardanelli”) varie poesie, quasi sempre dedicate agli stessi temi: la primavera, l’inverno o lo spirito del tempo. Molti di questi versi sono, volutamente, enigmatici. Egli, infatti, già prima del 1807, aveva elaborato il peculiare progetto di un superamento della connessione meramente logica fra parole e frasi. Nascono quindi poesie complesse, difficili da decifrare. La più significativa fra queste è “La veduta”, scritta nel maggio del 1843 e ritenuta l’ultima testimonianza lasciata dal poeta. La prima strofa recita così:
Quando lontano va la vita abitante degli uomini,
dove lontano splende il tempo delle viti
e vicini sono i vuoti campi dell’estate,
la selva appare con la sua scura immagine;
Cosa vuol dire “vita abitante”? È una strana espressione che sembra non significare nulla. Solo l’ultima follia di un poeta impazzito. Per il filosofo Giorgio Agamben, che ha scritto una “cronaca” degli anni della torre di Hölderlin, non è così. La vita abitante è una vita che vive secondo abiti e abitudini. Il verbo italiano “abitare”, che traduce il tedesco “Wohnen”, deriva dal latino “habito”, che è un frequentativo di “habeo”, avere. I frequentativi esprimono un’azione ripetuta e intensificata. “Abitante” è quindi una vita che “ha” in modo ripetuto e intensivo un certo modo di essere.
Perché Hölderlin accettò di buon grado la diagnosi di follia che gli era stata riconosciuta? Secondo Agamben perché la sua era una vita abitante: essa non consisteva in una serie di azioni volontarie e imputabili, ma era piuttosto un essere affetto in ogni istante dai propri abiti e dalle proprie abitudini. Agli occhi dell’uomo moderno, che vive nella società del fare e del produrre, questa sembra una vera e propria tragedia. Nella vicenda di Hölderlin, però, non c’è nulla di tragico. Non solo perché, come fa notare Agamben, la tragedia per definizione implica il carattere decisivo delle azioni di un soggetto mentre, come abbiamo visto, al poeta tedesco “non succede nulla”. Ma soprattutto perché la vita di Hölderlin costituisce un paradigma di confronto al quale le opposizioni categoriche come tragedia/commedia, attivo/passivo, ragione/follia vengono meno.
La vera opposizione che il poeta supera è quella successo/fallimento. Agamben scrive: «La lezione di Hölderlin è che quale che sia lo scopo per cui siamo stati creati, non siamo stati creati per il successo, che la sorte che ci è stata assegnata è fallimentare [...] tuttavia, proprio questo fallimento – se riusciamo ad afferrarlo - è il meglio che possiamo fare» (La follia di Hölderlin, p.223). Ecco, quindi, in cosa consiste la vita abitante: una vita che non si può controllare né padroneggiare, ma soltanto accogliere.





