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Chi ci ha rubato la comunità?

La solitudine come problema sociale prima che individuale


"Mai così connessi, mai così soli."


Una ragazza seduta su un muretto che si affaccia sulla città al tramonto mentre guarda il suo telefono in solitudine
Photo by Ivan Aleksic on Unsplash

È una frase che sentiamo ripetere talmente spesso da essere diventata quasi un luogo comune. Eppure, dietro questa apparente banalità, si nasconde una delle contraddizioni più significative del nostro tempo. Possiamo parlare con qualcuno in qualsiasi momento della giornata. Abbiamo accesso a decine di piattaforme che ci permettono di condividere pensieri, immagini, emozioni e opinioni. Possiamo mantenere rapporti a distanza che, fino a pochi decenni fa, sarebbero stati impossibili. Eppure, la solitudine sembra essere diventata una delle esperienze più diffuse della contemporaneità.


Sempre più persone raccontano di sentirsi isolate, scollegate, prive di relazioni profonde e significative. Non soltanto anziani o persone marginalizzate, ma anche giovani, lavoratori, studenti, professionisti. Persone circondate da altri esseri umani che, nonostante ciò, sperimentano un profondo senso di solitudine. La spiegazione più immediata, come sempre, tende ad essere individuale: forse non sappiamo più relazionarci, forse siamo troppo chiusi, troppo timidi, troppo concentrati su noi stessi.


Come accade spesso quando si parla di benessere psicologico, il rischio è quello di cercare il problema esclusivamente dentro la persona. Ma siamo sicuri che sia tutta qui la storia?


La costruzione di relazioni significative richiede tempo, continuità e presenza. Sono risorse che tendiamo a dare per scontate, ma che stanno diventando sempre più rare.


Pensiamo al lavoro: orari irregolari, turni, pendolarismo, precarietà, reperibilità costante. Molte persone arrivano a fine giornata con energie appena sufficienti per affrontare le incombenze quotidiane. Coltivare amicizie, partecipare alla vita di una comunità o semplicemente trascorrere del tempo di qualità con gli altri richiede uno spazio fisico e mentale che spesso non rimane disponibile.


Anche la mobilità gioca un ruolo importante. Per studio, lavoro o necessità economiche, cambiare città è diventato normale: se da un lato questo offre opportunità, dall'altro rende più difficile costruire legami stabili nel tempo. Sempre più persone si trovano a dover ricominciare da capo, lasciando indietro reti di amicizie, vicinato e appartenenza.


A tutto questo si aggiunge una cultura che esalta l'autonomia individuale. Fin da piccoli impariamo l'importanza dell'indipendenza, dell'autosufficienza e della realizzazione personale. Sono valori che hanno certamente aspetti positivi, ma che possono diventare problematici quando ci fanno dimenticare una verità fondamentale: gli esseri umani sono creature relazionali.


Abbiamo bisogno degli altri, non soltanto nei momenti di crisi, ma anche nella quotidianità. Tuttavia, chiedere aiuto viene spesso vissuto come una debolezza. Dipendere dagli altri suscita disagio e aver bisogno di una comunità sembra quasi una mancanza di autonomia.


In questo contesto, la solitudine finisce facilmente per essere interpretata come un fallimento personale: se non ho abbastanza amici, deve esserci qualcosa che non va in me; se faccio fatica a costruire relazioni, forse non sono abbastanza interessante; se mi sento solo, probabilmente dovrei imparare a relazionarmi meglio.


Naturalmente le competenze relazionali hanno la loro importanza. Esistono situazioni in cui è utile lavorare su aspetti personali che ostacolano i rapporti con gli altri. Ma, come per tanti altri temi, ridurre la solitudine a un problema individuale significa ignorare una parte fondamentale del quadro. Forse non stiamo assistendo a un'improvvisa incapacità collettiva di creare legami, ma stiamo vivendo in una società che rende quei legami sempre più difficili da costruire e mantenere.


Un tempo esistevano numerosi spazi intermedi tra la sfera privata e quella pubblica: associazioni, circoli culturali, gruppi di quartiere, luoghi di aggregazione, comunità religiose, spazi condivisi in cui le relazioni potevano nascere spontaneamente. Non erano realtà perfette, ma offrivano qualcosa di prezioso: appartenenza. Oggi molti di questi luoghi si sono ridotti, trasformati o scomparsi. Di conseguenza, la costruzione delle relazioni ricade sempre più sull'iniziativa individuale. Bisogna cercare, organizzare, mantenere, pianificare: attività che richiedono tempo, denaro e un tipo di funzionamento che non collida con le proprie funzioni esecutive (per i neurodivergenti spesso questi aspetti diventano veri e propri muri).


Tutto diventa un progetto personale, anche l'amicizia. Parlare della solitudine come fenomeno sociale non significa negare il valore del lavoro psicologico individuale, ma riconoscere che il benessere relazionale non dipende soltanto dalle caratteristiche delle persone, ma anche dalle condizioni in cui vivono. Per comprendere davvero la solitudine contemporanea dobbiamo allargare lo sguardo.


La domanda non è perché così tante persone si sentano sole, piuttosto come mai continuiamo a considerare la solitudine un problema esclusivamente individuale, quando sempre più spesso sembra essere il prodotto delle condizioni sociali che abbiamo costruito. E forse il primo passo per affrontarla non è chiedersi cosa ci sia di sbagliato nelle persone che soffrono di solitudine, ma domandarsi che fine abbiano fatto gli spazi, i tempi e le comunità che permettevano ai legami di nascere e crescere.

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