Berlin goes Linke!
Svolta storica: Elif Eralp è la prima sindaca figlia di rifugiati politici
(English version below) Il successo del sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani, ha dimostrato che si vince unendo le comunità e abbattendo i muri sociali in nome della giustizia economica. Questa ricerca di unità oggi risuona forte a Berlino, dove la caduta del Muro ha distrutto un confine fisico per riunire un popolo. A guidare questa svolta nelle ultime elezioni è Elif Eralp, giurista cresciuta in una famiglia di attivisti turchi fuggiti in Germania come rifugiati politici dopo il colpo di Stato del 1980. Con uno storico 25,7% dei voti conquistato da Die Linke, Eralp si appresta a diventare la prima sindaca della città nata da una famiglia di esuli.

Mentre l'Europa scivola a destra, Berlino risponde con una campagna elettorale tutta incentrata su unione e solidarietà. In pieno stile Mamdani, Die Linke ha rotto gli schemi diffondendo messaggi elettorali anche in arabo e in ebraico, parlando a entrambe le comunità con un'unica proposta di convivenza. Questa strategia ha fatto breccia soprattutto tra i più giovani, grazie anche a una novità storica: il voto esteso ai ragazzi di 16 e 17 anni – una generazione che ha respinto in blocco la retorica d'odio dell'estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD).
La campagna di Eralp ha puntato dritta ai bisogni concreti delle persone, smascherando i partiti tradizionali (CDU e SPD), accusati di aver protetto per anni i grandi gruppi finanziari anziché gli interessi dei cittadini. Questo ribaltamento politico che fa da statement contro lo status quo, ha costretto il leader conservatore Friedrich Merz ad arrampicarsi sugli specchi: durante il comizio finale della campagna elettorale della CDU, ha espresso parole dure contro la xenofobia, sottolineando che la manodopera straniera è un pilastro fondamentale per l'economia nazionale, piuttosto che per ragioni puramente umanitarie.
Con un approccio nettamente contrastante, il cuore del successo di Die Linke sta proprio nella difesa della vivibilità urbana e del diritto alla casa a prescindere da identità sessuale, religione o capacità economica. Eralp, che vive in affitto con la sua famiglia come tante famiglie berlinesi, ha promesso di sbloccare subito il famoso referendum per la socializzazione di circa 220.000 appartamenti in mano ai colossi della speculazione immobiliare.
La spinta al cambiamento arriva anche dalle università. Mentre i Verdi pagano ancora a livello nazionale l'eredità dell'ex Ministra degli Esteri Annalena Baerbock, duramente contestata per aver giustificato il genocidio a Gaza durante il suo mandato, Ii collettivi studenteschi di Die Linke e i movimenti di base della Humboldt University hanno dimostrato un enorme coraggio politico. La scorsa estate, il parlamento studentesco dell'ateneo ha firmato e promosso il duro “BDS Report for Humboldt University of Berlin - Academic complicity in Israeli occupation, Apartheid and Genocide” per denunciare la complicità della Germania e la vendita di armi, sfidando la censura e le pesanti repressioni della polizia nei campus.
La critica alla gestione della forza pubblica è un punto fermo per l’imminente amministrazione: Eralp ha già annunciato di voler ridurre i finanziamenti alla polizia berlinese, in risposta alle violente cariche, ai pestaggi e agli arresti subiti da centinaia di ragazzi che manifestavano pacificamente per la Palestina nelle piazze della capitale. Questa solidarietà internazionale è esplosa anche durante la festa elettorale: non appena proclamata la vittoria, il gruppo dirigente di Die Linke è salito sul palco intonando cori per la Palestina, legando le lotte sociali interne a quelle globali.
Per governare dal Rote Rathaus, la sinistra dovrà formare una coalizione a tre con Verdi e SPD. A livello locale significherà una rivoluzione: stop alle privatizzazioni, tetti rigidi sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e tutele forti per chi non ha ancora la cittadinanza. A livello federale, una capitale guidata dalla sinistra manda un messaggio chiaro al governo nazionale: l'alternativa all'austerità e alle destre esiste ed è praticabile.
Berlino vince perché non ha paura di cambiare pelle. D’altronde, dalla caduta del Muro ad oggi, la città è stata un’evoluzione incessante che ha portato tuttavia molti dei suoi abitanti a denunciare il trend di gentrificazione che ha avvolto altre capitali occidentali. Già all'inizio del Novecento, un classico della sociologia come Georg Simmel studiava la metropoli berlinese vedendo nello "straniero" (der Fremde) non un pericolo, ma una forza positiva e innovatrice. Per Simmel, la vicinanza di culture diverse è l'unica vera scintilla per la libertà di pensiero e il progresso civile. Berlino, spesso identificata come diversa dal resto della Germania, oggi dimostra a livello internazionale che quella lezione è più viva che mai: quando il mondo va a destra, Berlino sceglie il multiculturalismo.
Berlin Goes Left!
A Historic Milestone: Elif Eralp Is the First Mayor Who Is the Daughter of Political Refugees
The success of New York’s socialist mayor, Zohran Mamdani, has shown that victory comes from uniting communities and breaking down social barriers in the name of economic justice. This quest for unity resonates strongly today in Berlin, where the fall of the Wall destroyed a physical barrier to reunite a people. Leading this shift in the recent elections is Elif Eralp, a lawyer who grew up in a family of Turkish activists who fled to Germany as political refugees after the 1980 coup. With Die Linke securing a historic 25.7% of the vote, Eralp is set to become the city’s first mayor born to a family of exiles.
While Europe is shifting to the right, Berlin is responding with an election campaign centered entirely on unity and solidarity. In true Mamdani style, Die Linke broke the mold by disseminating campaign messages in Arabic and Hebrew as well, speaking to both communities with a single vision for coexistence. This strategy resonated particularly with younger voters, thanks in part to a historic first: the extension of voting rights to 16- and 17-year-olds—a generation that has overwhelmingly rejected the hate rhetoric of the far-right Alternative für Deutschland (AfD).
Eralp’s campaign focused squarely on people’s concrete needs, exposing the traditional parties (CDU and SPD), which were accused of having protected large financial groups for years rather than the interests of citizens. This political shift — which serves as a statement against the status quo — forced conservative leader Friedrich Merz to grasp at straws: during the CDU’s final campaign rally, he spoke out strongly against xenophobia, emphasizing that foreign labor is a fundamental pillar of the national economy, rather than for purely humanitarian reasons.
In stark contrast, the core of Die Linke’s success lies precisely in its defense of livable cities and the right to housing, regardless of sexual identity, religion, or economic status. Eralp, who rents an apartment with his family like so many Berlin households, has promised to immediately move forward with the long-awaited referendum on the socialization of approximately 220,000 apartments currently held by real estate speculation giants.
The push for change is also coming from universities. While the Greens are still paying the price at the national level for the legacy of former Foreign Minister Annalena Baerbock—who faced fierce criticism for justifying the genocide in Gaza during her tenure—student collectives affiliated with Die Linke and grassroots movements at Humboldt University have demonstrated tremendous political courage. Last summer, the university’s student parliament signed and promoted the scathing “BDS Report for Humboldt University of Berlin—Academic Complicity in Israeli Occupation, Apartheid, and Genocide” to denounce Germany’s complicity and arms sales, defying censorship and heavy-handed police crackdowns on campus.
Criticism of law enforcement is a cornerstone of the incoming administration: Eralp has already announced his intention to cut funding for the Berlin police in response to the violent charges, beatings, and arrests suffered by hundreds of young people who were peacefully demonstrating for Palestine in the capital’s public squares. This international solidarity also erupted during the election celebration: as soon as the victory was declared, Die Linke’s leadership took the stage, chanting in support of Palestine and linking domestic social struggles to global ones.
To govern from the Rote Rathaus, the left will have to form a three-party coalition with the Greens and the SPD. At the local level, this will mean a revolution: an end to privatization, strict rent caps, free public transportation, and strong protections for those who do not yet have citizenship. At the federal level, a capital city led by the left sends a clear message to the national government: the alternative to austerity and the right wing exists and is viable.
Berlin wins because it isn’t afraid to reinvent itself. After all, from the fall of the Wall to the present day, the city has undergone a constant evolution—one that has, however, led many of its residents to denounce the trend of gentrification that has engulfed other Western capitals. As early as the beginning of the 20th century, a classic figure in sociology like Georg Simmel studied the Berlin metropolis, seeing in the “stranger” (der Fremde) not a danger, but a positive and innovative force. For Simmel, the proximity of different cultures is the only true spark for freedom of thought and civil progress. Berlin, often seen as distinct from the rest of Germany, is now demonstrating on the international stage that this lesson is more relevant than ever: when the world shifts to the right, Berlin chooses multiculturalism.




