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Adesso la Grande Mela sorride davvero. E non tornerà indietro.

C’è un momento per ogni grande città in cui il vento cambia e porta aria nuova. E se pensavamo che questo non potesse più accadere a New York City, la metropoli dei sogni, dei grattacieli e delle infinite opportunità, beh, siamo di fronte all’istante esatto in cui quel vento sta urlando: “Sì, è il suo momento”. Con la nomina di Zohran Mamdani, la città diventa ancora più ciò che è già: un crogiolo che abbraccia identità, comunità, generazioni, queer, donne, immigrati e chiude la porta, una volta per tutte, a discorsi che appartengono a un passato di esclusione, supremazia, staticità.

InformedImages, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
InformedImages, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Mamdani arriva al comando della Grande Mela da outsider, da voce libera, da simbolo: primo sindaco musulmano della città, primo di origini sud-asiatiche, forse il più giovane mai eletto in decenni. E non solo: al suo fianco un transition team composto interamente da donne, molte delle quali con esperienza di servizio pubblico e riforma. Come a dire: l’era dell’uomo solo al comando, dell’identità tradizionale che decide “per tutti”, è finita. Non qui. Qui comincia l’era delle comunità che governano, delle differenze che diventano forza, delle donne che non sono più margine ma centro pulsante.


Parliamo di politiche che strizzano l’occhio all’audacia: autobus gratuiti, asili universali (da 6 mesi a 5 anni), congelamento degli affitti per tante famiglie che hanno pensato “non ce la faccio più”. Cinque supermercati comunali per abbattere i prezzi della spesa in una città dove fare la spesa può essere un lusso. Una tassa del 2 % sui redditi oltre 1 milione di dollari per raccogliere circa 9 miliardi e finanziare tutto questo. E, cosa che risuona forte in una città che ha “tuttə” come sua cifra distintiva: protezione, visibilità, investimento concreto nelle comunità queer, nelle famiglie diverse, negli immigrant-workers, nelle ragazze che sognano.


Perché New York non si federa più all’identità statica, all’uomo bianco dominante che detta le regole. Non quando le strade pulsano di lingue diverse, di corpi diversi, di sogni che non sono tutti uguali. Mamdani lo sa: la sua coalizione è stata costruita tra i quartieri del Queens, del Bronx, di Brooklyn, tra giovani, immigrate, sud-asiatici, latine, neri e persone queer. È la città multiculturale che riconosce che l’identità, quella autentica, non si limita a una “categoria dominante”. Non qui. Qui si governa insieme.


E non che non ci siano oppositori: Donald Trump lo ha definito “comunista lunatico” e ha addirittura minacciato tagli di fondi federali alla città se Mamdani non collaborerà. Anche lo stato di Israele e certe tensioni internazionali hanno tentato di mettere in ombra la vittoria, lamentando le sue posizioni. Ma questo è un rumore di fondo rispetto alla scossa che ha provocato il cambiamento reale. È l’eco del passato che cerca ancora di farsi sentire, ma che la città ha fatto capire chiaramente: basta.


Ora New York sorride e ride di gusto, con ironia, perché ha scelto di non prendersi troppo sul serio nella forma, ma moltissimo nella sostanza. Ha capito che “governo” non è questione di potere che esclude, ma di comunità che include. Ha compreso che la supremazia identitaria tradizionale, la chiusura del “noi contro loro”, fa schifo anche sotto la cima di un grattacielo. Perché sotto quel grattacielo vivono migranti, studentesse, operatori sociali, ballerinə queer, autisti di autobus, famiglie monoparentali, persone anziane che hanno visto troppi cambiamenti e vogliono stabilità.


In questo scenario, la scelta di donne dirigenti, la priorità alle politiche per la giustizia sociale, la visione che non scorda mai: “se sei cittadino o cittadina di New York, qui hai diritto, qui hai casa, qui hai voce” e tutto questo non è solo un programma, è una dichiarazione di esistenza. È un alzarsi collettivo, non un semplice cambio di cavallo. È una celebrazione della differenza, non un compromesso.


E così, quando sarà veramente insediato e potrà iniziare a governare, sarà un giorno che New York aspetta da tempo: non l’ennesima promessa, ma la prima esecuzione. I cittadini e le cittadine più giovani che non volevano più aspettare, le persone queer che non volevano più sentirsi invisibili, le famiglie che non volevano più pagare l’affitto esorbitante, sono dentro al progetto. E vedere quella squadra al femminile, quella platea di volti diversi, quei discorsi di epoca nuova, dà brividi di energia.


Sì, è complicato: i ricchi, gli hedge fund, qualche imprenditore sono allarmati. E certo l’opposizione è lì, pronta a combattere. Ma la cosa straordinaria è che questa città ha deciso che non sarà più governata secondo logiche di esclusione, identitarie o suprematiste. Ha deciso che la “Grande Mela” è grandemente inclusiva.


E allora eccoci a sorridere, un po’ con orgoglio, un po’ con stupore: la città che non dorme mai ha deciso di svegliarsi meglio. Con donne al timone, con comunità queer visibili, con politiche audaci che puntano all’uguaglianza reale, con una guida che annuncia: «Non siamo qui per gestire il passato, siamo qui per costruire il futuro».


E se qualcuno gli dice “Vedrai, torneranno forte le forze di ieri”, la risposta è già nelle strade, nei quartieri, nelle migliaia di voci che si sono alzate insieme: no, grazie, noi non ci stiamo. Perché adesso la Grande Mela sorride davvero e non vuole tornare indietro.

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