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Zohran Mamdani, sindaco di New York: la democrazia vince nonostante Trump e Israele

Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York. Una vittoria storica, nonostante contro di lui si siano mobilitati addirittura il presidente degli Stati Uniti e un rappresentante ufficiale di un governo straniero, intervenuti apertamente per screditare il candidato: un segnale inquietante per la salute della democrazia. 

Zohran Mamdani - Karamccurdy, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Zohran Mamdani - Karamccurdy, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Zohran Mamdani, 34 anni, figlio di migranti ugandesi, socialista dichiarato e musulmano praticante, è stato il bersaglio di una campagna d’odio orchestrata a livello internazionale. Donald Trump lo ha definito un “pericolo” e ha invitato gli ebrei di New York a non votarlo, arrivando a dire che “chi lo vota è uno stupido”. Poco prima, il console generale d’Israele a New York aveva parlato di un “chiaro e immediato pericolo per la comunità ebraica”. Due attacchi coordinati, nello stesso giorno, a seggi aperti.

 

Non serve simpatizzare con la sinistra per riconoscere la gravità di quanto accaduto. In una democrazia matura, il potere esecutivo non dovrebbe mai interferire in modo diretto nella libera scelta degli elettori. Tanto meno evocare minacce come il taglio dei fondi federali se il voto non produce il risultato desiderato. È una logica da regime, non da repubblica costituzionale.

 

Mamdani, dal canto suo, ha reagito con lucidità. “Sono parole, non è legge”, ha detto, consapevole di incarnare qualcosa che va oltre la sua candidatura. Rappresenta una generazione che non teme di sfidare l’establishment, che parla di giustizia sociale e uguaglianza economica senza vergognarsene. Ed è proprio questo che spaventa chi da decenni considera New York una vetrina del potere, non un laboratorio di democrazia. Il sostegno di Barack Obama e di Alexandria Ocasio Cortez conferma che la sua corsa non è stata un’avventura personale, ma parte di una spinta più ampia: rimettere al centro la politica come servizio, non come rendita.

 

Se oggi diventa accettabile che un presidente usi la sua voce per orientare un’elezione locale contro un candidato scomodo, domani nessuno potrà più sentirsi al sicuro dal potere. Mamdani può piacere o no, ma la libertà di votarlo senza minacce, senza propaganda dall’alto è il test vero della democrazia americana. E la sua vittoria, nonostante le forze antidemocratiche, ha dimostrato che i newyorkesi, soprattutto i giovani, quel test lo hanno superato.

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