9 maggio: la fine di un’era
- Daniela Loffredo

- 10 ore fa
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Il 9 maggio 1978, alle ore 14:00, l’Italia si fermò davanti al bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. All'interno, il corpo senza vita di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, segnava non solo la fine di un sequestro durato 55 giorni, ma il fallimento di un’intera stagione politica. Quella distanza di pochi metri tra la sede della DC e quella del PCI, dove l'auto venne ritrovata, era il simbolo di un progetto brutalmente interrotto.

Aldo Moro, infatti, non era un politico qualunque. Era l’uomo del "compromesso storico", colui che voleva portare il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer nell’area di governo. Un’operazione che avrebbe dovuto stabilizzare la democrazia italiana, ma che terrorizzava gli equilibri della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti temevano l’ascesa dei comunisti in un paese NATO; l’Unione Sovietica non vedeva di buon occhio un comunismo indipendente e democratico. In questo clima di ostilità internazionale, Moro divenne il bersaglio perfetto.
Dalla strage di via Fani al ritrovamento del cadavere, lo Stato scelse “la linea della fermezza”. Guidato da Giulio Andreotti e dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, il governo rifiutò ogni trattativa con le Brigate Rosse. Moro, dalla sua prigione, scriveva lettere disperate, lucide e amare, accusando i suoi compagni di partito di averlo già condannato a morte in nome di una ragion di Stato ritenuta superiore alla vita umana.
La “condanna a morte” di Moro porta dietro di sè ombre inquietanti: dal coinvolgimento della Loggia P2 di Licio Gelli alle confessioni di ex esponenti della Banda della Magliana e di boss della camorra come Raffaele Cutolo, i quali dichiararono di essere stati interpellati per trovare Moro, per poi ricevere l'ordine di "fermarsi" perché la politica non voleva più che lo statista tornasse vivo.
Uno degli episodi più surreali del sequestro riguarda la famosa seduta spiritica tenutasi il 2 aprile in una villa a Zappolino. Romano Prodi e altri economisti dichiararono che, durante una consultazione con il "piattino", emerse il nome "Gradoli". Le forze dell'ordine andarono a cercare nel comune di Gradoli, vicino Viterbo, ignorando che a Roma esistesse una via Gradoli, dove si trovava proprio il covo principale delle Brigate Rosse. Fu davvero un fenomeno paranormale o, come molti sospettano, un modo per "coprire" una fonte dei servizi segreti o dell'autonomia bolognese che non poteva essere rivelata ufficialmente? Andreotti e il governo rimasero spettatori di questo grottesco teatro, mentre il tempo per salvare Moro scadeva.
Il corpo di Moro in via Caetani, ripiegato su sé stesso, rappresenta ancora oggi il punto di non ritorno della Prima Repubblica. Con lui morì l'ambizione di un’Italia capace di superare le barriere ideologiche del dopoguerra. Restano le sentenze che condannano i brigatisti, ma resta anche la sensazione che in quei 55 giorni si sia giocata una partita molto più grande, in cui il destino di un uomo è stato sacrificato sull'altare di poteri occulti e interessi geopolitici rimasti, in parte, innominabili.



