È veramente fallito il modello di integrazione?
- Marco Antonio D'Aiutolo

- 32 minuti fa
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Non è stato uno slogan a fermare la fuga di Salim El Koudri dopo che, lo scorso 16 maggio, con la sua Citroën C3 a 100 km/h, ha travolto persone inermi che passeggiavano in centro a Modena. Ma il coraggio di Luca Signorelli, di un padre e figlio egiziani, Osama e Mohammed Shalaby, ventunenne quest’ultimo, e di due negozianti pakistani. Ebbene sì, quattro stranieri e un italiano che si sono uniti e con il loro "senso della comunità" hanno offerto una lezione di integrazione reale che la politica ha preferito ignorare e soffocare nella propaganda dell’odio e della paura.

Infatti, mentre i soccorritori venivano medicati, Matteo Salvini già bollava l’aggressore come un "criminale di seconda generazione". La sua insistenza sulla revoca dei diritti legati alla cittadinanza e al permesso di soggiorno non è solo un riflesso condizionato, ma il segnale di una competizione interna alla destra radicale: una rincorsa affannosa verso chi oggi propone apertamente la "remigrazione", cercando di occupare lo spazio politico più estremo. Questa impostazione è stata amplificata da un giornalismo d'area che ha rinunciato al dovere di cronaca per farsi megafono ideologico. Editorialisti che hanno parlato esplicitamente di "seconda degenerazione", descrivendo l’integrazione come un modello ormai "disintegrato". Con espressioni sarcastiche hanno parlato di "risorse in auto" per confermare i presunti pericoli dell'immigrazione, e hanno accusato chiunque invocasse la salute mentale di voler nascondere la realtà dietro a delle scuse ideologiche. Nonostante El Koudri fosse un paziente affetto da schizofrenia sparito dai radar sanitari, per questa narrazione l'unica spiegazione accettabile resta il fallimento dell'integrazione.
Il peso di questo racconto selettivo si misura nel silenzio che ha avvolto i fatti di Taranto. Il 9 maggio, Bakari Sako, bracciante regolare e stimato, è stato ucciso a coltellate in quella che gli inquirenti definiscono una "caccia al nero". In questo caso, nessun post di condanna, nessun editoriale contro l'odio razziale. Perché l’uccisione di Sako, vittima di una violenza brutale, non è stato ritenuto utile per la propaganda.
Come suggerito dalle riflessioni di Jason Stanley, questa è la classica dinamica del "noi contro loro", tipica delle politiche che alimentano la paura e avvelenano il dibattito democratico, di «politici che descrivono un’intera categoria di individui come “criminali”» e «imputano loro un tratto permanente del carattere che spaventa la maggior parte delle persone». La propaganda non cerca la verità, ma crea categorie per smantellare l'empatia verso l'altro. La retorica fascista della legge e dell’ordine – continua il filosofo – mira a dividere i cittadini in due classi: «quelli della nazione scelta, fedeli per natura, e quelli che non ne fanno parte, tradizionalmente senza legge».
Tuttavia, i gesti eroici di Luca, Osama, Mohammed e dei due pakistani a Modena e la gente scesa nelle piazze, anche a Taranto, ci hanno mostrato un altro tipo di società, dicendoci a chiare lettere che chi ha veramente fallito sono questi politici e quei commentatori. I quali, a causa della loro vulnerabilità e della loro dipendenza dall'odio (secondo la definizione di Djarah Kan), hanno abdicato al proprio compito primario: informare con onestà e governare una società democratica, libera e complessa.



