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Strage di Bologna: l’ordigno è ancora attivo

Ricordo ancora il mio primo giorno alla stazione centrale di Bologna. Ero poco più che una ragazzina e mio padre, ferroviere ed ex sindacalista devoto al lavoro, mi ci portò come si portano le scolaresche ai musei. Voleva mostrarmi quella pietra spezzata, custodita dietro un vetro protettivo come un reperto archeologico che richiede tempo e silenzio per essere compreso. Anni dopo, all’università, tornavo spesso su quel primo binario a guardare e riguardare e ripensare al perché, quasi fosse un pellegrinaggio spirituale. Solo oggi che la storia sembra ripetersi con gli stessi elementi dai nomi diversi capisco che quella vetrina non è solo il monumento di una strage del passato: l’orologio si sarà fermato, ma l’odio non ha mai smesso di rigenerarsi.


L'arrivo dei soccorsi per la strage di Bologna, 2 agosto 1980.
Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

Il 2 agosto 1980, alle ore 10:25, un ordigno programmato sventrava l’ala sinistra, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Il tragico evento era l’apice degli "anni di piombo", un’alternanza terroristica iniziata nel 1968 con la strage di Piazza Fontana, giocatasi tra i due poli estremi di un’ideologia politica sanguinosa. Le sentenze definitive della Corte di Cassazione hanno formalmente chiuso il caso, accertandone il legame tra terrorismo di matrice neofascista, finanza illecita e apparati dello Stato corrotti, allo scopo di fermare l’avanzata della sinistra.


Tutto spaventosamente ancora attuale.


Alla luce del clima politico globale corrente, la “strategia della tensione” italiana non è più da relegare a un’anomalia storica di brigate rosse ed eversione nera, ma la versione beta di un meccanismo basato sull'uso della paura e dello shock collettivo per riorientare la democrazia, aumentare le spese militari in nome della difesa e ribaltare gli schieramenti internazionali.

Negli anni '70 e '80, l'Italia rappresentava una falda strategica della Guerra Fredda. La minaccia incombente dell’invasione sovietica e l’avanzare elettorale del Partito Comunista Italiano crearono l’occasione perfetta per permettere alle strutture occulte della NATO (come la rete paramilitare segreta Stay-Behind Gladio) e alla CIA di finanziare una destabilizzazione interna allo scopo di prenderne il controllo. L’Italia dimostrava di esistere quindi in una situazione di sovranità limitata, apparentemente democratica ma fortemente influenzata da Washington, pur di restare ancorata al blocco occidentale anti-comunista.


Sarebbe impossibile non tracciare un parallelo con quello che accade oggi nello scenario mondiale: uno schema psicologico identico a quello dietro la strage di Bologna, ereditato dal rifiuto dei valori democratici. Da un lato, l’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha riacceso la necessità di difesa delle nazioni dell’ex blocco occidentale dalla minaccia russa – un passo anacronistico e una totale inversione a U sulle scelte pacifiche promesse dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quest’ottica, le risorse una volta destinate al welfare, alla sanità, all’istruzione e alla cultura, vengono reindirizzate verso l’industria bellica, con paesi come la Germania e l’Italia (che ripudia la guerra nell’articolo 11 della Costituzione) che considerano il ripristino della leva obbligatoria. Quando però è una scelta esistenziale a “giustificare” le decisioni estreme di un governo di ricorrere alle armi, e quando la condotta della polizia diventa dura e brutale, le rivolte di piazza, seppure in crescita, diventano sempre meno efficaci.


Questo è il primo segnale che nonostante l’indubbia similitudine tra passato e presente, qualcosa è effettivamente cambiato. Negli anni della strategia della tensione, la manipolazione statunitense dietro la strage di Bologna si muoveva attraverso canali coperti: flussi di denaro sporco della loggia P2 di Licio Gelli, legati a servizi segreti e militari italiani e americani, e a giornalisti di spessore come Mario Tedeschi, pagati per depistare le ricerche e condizionare l’opinione pubblica. Oggi tutto questo avviene alla piena luce del sole, con una seconda amministrazione Trump che ricatta apertamente l’Europa con una guerra economica punitiva qualora non raggiungesse la quota necessaria promessa preventivamente alla NATO. E la minaccia esistenziale a giustificare la difesa non è più solo il mero comunismo russo, ma una guerra nucleare di matrice “islamica”, stavolta non per mano di Al Qaeda ma dell’Iran – una vecchia narrativa trita e ritrita in nome dell’11 settembre.


Sbaglia chi pensa che l’Europa sia paralizzata davanti alla retorica Trumpiana: i paesi membri non hanno esitato a rafforzare le promesse di alleanza e a correre all’acquisto di sistemi militari (tra l'altro americani) a discapito delle proprie economie civili.


L’economista Naomi Klein, un riferimento fisso per la lettura del presente, ha definito la Shock Doctrine (la dottrina dello shock) come la tendenza delle élite di potere a sfruttare il disorientamento psicologico della popolazione a causa di una crisi profonda per implementare riforme economiche e geopolitiche radicali che in circostanze normali non sarebbero facilmente giustificabili. Nell'Italia degli anni ‘80, lo shock erano le bombe sui binari e nelle piazze; nell’America dei primi 2000, le lettere con l’antrace; nel panorama contemporaneo, è la vulnerabilità globale.


Oggi, a distanza di vent’anni, quel ricordo d'infanzia alla stazione di Bologna accanto a mio padre, quei lunghi silenzi di commemorazione senza risposta, assumono un significato più nitido. Il marmo piegato agli esplosivi è memoria di un ordigno ancora attivo che minaccia ben più di 85 persone. Il Deep State di allora, dove cambiavano i governi ma i criminali restavano sempre gli stessi, inamovibili, a dirigerne le decisioni dietro le quinte, è la classe Epstein di oggi – forse l’unico elemento capitalista ancora oscuro che tiene insieme le relazioni transatlantiche occidentali. Con questa consapevolezza, spero, un giorno, di ritornare a quel primo binario, serena di aver visto finalmente il ciclo della manipolazione fascista spezzarsi.

Immagine dei funerali per la Strage di Bologna nel 1980.
Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

Bologna Massacre: the Bomb is Still Ticking.


I still remember my first day at Bologna Central Station. I was still a young girl, and my father – a railway worker and former trade unionist devoted to his work – took me there just as one takes kids on cultural schooltrips. He wanted to show me that broken stone, preserved behind protective glass like an archaeological artefact that requires time and silence to be processed. Years later, at university, I would often return to that first platform to look at it again and again and reflect on why, as if on a spiritual pilgrimage. Only now, as history seems to be repeating itself with the same elements but different names, do I realise that that display case is not merely a monument to a past massacre: the clock may have stopped, but hatred has never ceased to regenerate itself.


On August 2, 1980, at 10:25 AM, a timed bomb gutted the left wing, killing 85 people and injuring over 200. This tragic event marked the climax of the ‘Years of Lead’, a period of terrorist violence that began in 1968 with the Piazza Fontana bombing, played out between the two extremes of a bloody political ideology. The final verdicts of the Supreme Court have formally closed the case, establishing the link between neo-fascist terrorism, illicit finance and corrupt state institutions, all aimed at halting the advance of the left.


All of this remains, frighteningly, as relevant as ever.


In light of the current global political climate, Italy’s ‘strategy of tension’ can no longer be dismissed as a historical anomaly involving the Red Brigades and right-wing subversion, but rather as the beta version of a mechanism based on the use of fear and collective shock to reorient democracy, increase military spending in the name of defence, and overturn international alignments.


In the 1970s and 1980s, Italy represented a strategic front line in the Cold War. The looming threat of a Soviet invasion and the electoral gains of the Italian Communist Party created the perfect opportunity for NATO’s covert structures (such as the secret paramilitary network ‘Stay-Behind’ Gladio) and the CIA to fund internal destabilisation with the aim of taking control of the country. Italy thus found itself in a situation of limited sovereignty: ostensibly democratic but heavily influenced by Washington, all in order to remain anchored to the anti-communist Western bloc.


It would be impossible not to draw a parallel with what is happening on the world stage today: a psychological pattern identical to that behind the Bologna massacre, stemming from a rejection of democratic values. On the one hand, the invasion of Ukraine in 2022 has reignited the need for the nations of the former Western bloc to defend themselves against the Russian threat – an anachronistic move and a complete U-turn on the peaceful choices promised after the Second World War. 


From this perspective, resources once allocated to welfare, healthcare, education and culture are being redirected towards the arms industry, with countries such as Germany and Italy (which renounces war in Article 11 of its Constitution) considering the reinstatement of compulsory military service. However, when an existential choice ‘justifies’ a government’s extreme decisions to resort to arms, and when police conduct becomes harsh and brutal, street protests – although on the rise – become increasingly ineffective.


This is the first sign that, despite the undeniable similarities between the past and the present, something has indeed changed. During the years of the ‘strategy of tension’, US manipulation behind the Bologna massacre operated through covert channels: flows of dirty money from Licio Gelli’s P2 lodge, linked to Italian and American secret services and military, and to influential journalists such as Mario Tedeschi, who were paid to throw the investigation off track and influence public opinion. Today, all this takes place in broad daylight, with a second Trump administration openly blackmailing Europe with a punitive economic war should it fail to meet the required contribution level previously promised to NATO. And the existential threat used to justify defence is no longer merely Russian communism, but an ‘Islamic’-style nuclear war, this time not at the hands of Al-Qaeda but of Iran – an old, hackneyed narrative trotted out in the name of 9/11.


It is a mistake to think that Europe is paralysed by Trump’s rhetoric: member states have not hesitated to reaffirm their alliance pledges and rush to purchase military systems (American ones, among others) at the expense of their own civilian economies.


The economist Naomi Klein, a key figure in interpreting the present, has defined the ‘Shock Doctrine’ as the tendency of the ruling elites to exploit the psychological disorientation of the population caused by a deep crisis in order to implement radical economic and geopolitical reforms that would not be easily justifiable under normal circumstances. In 1980s Italy, the shock came from bombs on railway tracks and in public squares; in early 2000s America, it was the anthrax letters; in the contemporary landscape, it is global vulnerability.


Today, twenty years on, that childhood memory of standing beside my father at Bologna station, those long, unanswered silences of remembrance, take on a clearer meaning. The marble warped by the explosives is a reminder of a device that is still active, threatening far more than 85 people. The ‘Deep State’ of that era – where governments changed but the criminals remained the same, immovable, directing decisions from behind the scenes – is today’s ‘Epstein class’ – perhaps the only remaining shadowy capitalist element holding Western transatlantic relations together. With this realisation, I hope, one day, to return to that first platform, reassured that I have finally seen the cycle of fascist manipulation broken.



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