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La strage di Capaci e l'ipocrisia del giorno dopo

Il 23 maggio di ogni anno, le istituzioni italiane indossano sempre il vestito buono. Si rispolverano i discorsi di circostanza, si contano le autorità in prima fila, si pronuncia la parola "eroe" fino a svuotarla di ogni senso. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta diventano icone intoccabili di un'antimafia da parata.

 

Ma dietro i fumi dell'incenso e la retorica della memoria si nasconde un tic storico e cinico di questo Paese: in Italia, per essere considerati unanimemente dei servitori dello Stato degni di rispetto, bisogna prima finire sotto tre metri di terra. Quando sei vivo, se fai davvero il tuo lavoro, diventi un problema da arginare.

 

La parabola di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non è stata la marcia trionfale che oggi i manuali provano a raccontare. È stata una cronaca spietata di solitudine, di dossieraggi e di veleni. Quando il pool di Palermo mise in piedi il Maxiprocesso, scardinando l'omertà di cosa nostra, la reazione di pezzi della politica, del giornalismo e persino della magistratura non fu un applauso compatto. Fu il fango.

 

Falcone venne accusato di protagonismo, di usare le indagini per fare carriera, di soffrire di delirio di onnipotenza. Sui giornali e nei corridoi dei palazzi romani c'era chi attaccava frontalmente quei magistrati così rigorosi, accusandoli di essere sceriffi pronti a calpestare le garanzie costituzionali pur di inseguire i propri teoremi. E le istituzioni non stavano a guardare: la celebre bocciatura di Falcone al CSM per la guida dell'Ufficio istruzione di Palermo, preferendogli un criterio di pura anzianità, fu il siluro definitivo. Il messaggio era chiaro: chi è troppo bravo, chi disturba gli equilibri, va fermato.

 

Poi, il tritolo di Capaci squarcia l'autostrada e via D'Amelio completa l'opera. Solo allora, davanti ai corpi martoriati, scatta la metamorfosi.

 

I detrattori della sera prima si fiondano in prima fila ai funerali di Stato. “Funerali, tutti presenti”, cantava Piero Pelù. 

 

E subito dopo, chi li accusava di esibizionismo inizia a piangerli come dei martiri. 

 

Si sa, la morte sublima e dopo morto il magistrato scomodo viene beatificato, gli si intitolano scuole e aeroporti, ma di fatto così facendo lo si è reso inoffensivo. 

 

La santificazione postuma, in fondo, è il riflesso di una coscienza sporca: serve a coprire le colpe di chi non ha mosso un dito per proteggerli quando erano in vita, di chi li ha lasciati soli a fare da bersaglio. Trasformare un uomo in un monumento è il modo migliore per seppellire le sue indagini insieme alle sue spoglie.

 

A distanza di oltre trent'anni, quel meccanismo non è mai svanito. Ancora oggi, ogni volta che la magistratura tocca i fili dell'alta finanza, della politica o delle zone d'ombra dello Stato, scatta lo stesso identico copione: l'accusa di parzialità, l'isolamento, il fango mediatico, addirittura il tentativo di “toglierla di mezzo”, come ha detto di recente qualcuno.

 

L'eredità di Capaci non si onora con le corone di fiori posate da chi, forse, trent'anni fa avrebbe firmato per fermare Falcone. Si onora rifiutando l'ipocrisia. I giudici non sono santi da venerare dopo i funerali, né nemici della patria quando fanno il loro dovere. Sono professionisti che vanno messi in condizione di lavorare in vita, protetti da uno Stato che sappia riconoscerli prima che sia troppo tardi. Ma ciò non avviene perché in Italia i giudici non piacciono, anzi: i giudici, in Italia, piacciono solo da morti.

Strage di Capaci - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Atentado_capaci.jpg
MartinezEsc21, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


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