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Il patrimonio arboreo come strumento di pianificazione ecosistemica e resilienza climatica

a cura del team Tracce:
 

I centri urbani alla sfida climatica: pochi alberi e alta vulnerabilità

 

Gli ultimi dati ISTAT sul verde urbano per abitante rimarcano differenze territoriali evidenti nella disponibilità di aree accessibili: Nord-est conta 29,4 m² per abitante, il Nord-ovest 19,4 m², il Centro: 18,9 m², ed a chiudere, il Mezzogiorno con 11,9 m² per abitante.

 

In un contesto già esposto a pressioni industriali, inquinamento atmosferico e ondate di calore, questo non è un indicatore estetico, ma un proxy di vulnerabilità climatica, sanitaria e sociale: meno alberi significa minore capacità di attenuare ondate di calore, inquinanti, stress termico e idraulico, con maggiori costi sanitari ed energetici e maggiore esposizione dei soggetti fragili.

 

La letteratura sugli ecosistemi urbani mostra che gli alberi, anche in città di medie dimensioni, svolgono un ruolo strutturale nella regolazione del microclima, nella riduzione degli inquinanti e nel bilancio idrologico urbano, con benefici misurabili su benessere e salute pubblica (García de Leon et al. su Monaco; Yousofpour et al. su Mashhad; Gharibi et al. su Hamadan).

 

In termini di servizi ecosistemici, il patrimonio arboreo va considerato una vera infrastruttura regolativa del benessere collettivo: ombreggia e raffresca (riducendo le temperature superficiali e le isole di calore urbane), assorbe e filtra inquinanti atmosferici, sequestra e stocca carbonio nella biomassa, intercetta e facilita l’infiltrazione delle acque piovane, crea habitat per la biodiversità e genera benefici per la salute fisica e mentale. Questi effetti sono stati quantificati in modo robusto con modelli come i‑Tree Eco/Canopy e CityTree in contesti climatici diversi, dimostrando che la perdita di copertura arborea aumenta sistematicamente l’esposizione al rischio climatico e sanitario. (Nowak et al., 2014 ; Hirabayashi & Nowak, 2016; García de Leon et al., 2026; Gharibi et al., 2026).

 

Le città italiane, ed in particolare quelle meridionali, si trovano non soltanto ad avere pochi alberi pro/capite, ma ad averli distribuiti in maniera disomogenea amplificando le disuguaglianze: i quartieri più cementificati, con minore dotazione di verde, tendono a coincidere con le aree socialmente più fragili, generando una forma di ingiustizia climatica analoga a quella documentata in altre città europee, dove i quartieri a minor reddito hanno fino al 50–70% in meno di copertura arborea rispetto a quelli più abbienti. (Przewozna et al., 2026; studi comparativi citati in Yousofpour et al., 2024).

 

Depavimentazione e isole di calore

 

La depavimentazione – cioè la rimozione di asfalto e superfici completamente impermeabili per restituire funzione ecosistemica al suolo – è oggi una delle strategie più efficaci per contrastare le isole di calore urbane, soprattutto quando viene integrata con alberature, infrastrutture blu‑verdi e pavimentazioni drenanti ad alta riflettanza. L’eccesso di superfici asfaltate accumula calore diurno e lo rilascia nelle ore serali, riducendo la capacità della città di raffreddarsi; al tempo stesso riduce l’infiltrazione, l’umidità del suolo e la resilienza idraulica.

 

Gli studi recenti sugli alberi urbani mostrano che la combinazione di chioma arborea e suolo permeabile aumenta in modo significativo i flussi di evapotraspirazione e riduce le temperature superficiali. Una strategia efficace per la corretta gestione bioclimatica dei centri urbani dovrebbe quindi basarsi sulla depavimentazione selettiva di parcheggi sovradimensionati, sedi stradali e cortili impermeabili e contestuale inserimento di alberature mature, infrastrutture blu e corridoi verdi.

 

La letteratura su strumenti urbanistici come il PLU Bioclimatique di Parigi e su esperienze di trasformazione di cortili scolastici in “oasi climatiche” (OASIS) conferma che l’integrazione sistematica di questi principi nei piani urbanistici è più efficace di interventi puntuali non coordinati. (cfr. esperienze sintetizzate in Yousofpour et al., 2024 e nella letteratura NBS urbana).

 

Stima economica del “valore” di un albero urbano maturo

 

Negli ultimi anni, diversi studi hanno applicato metodi di economia ambientale per monetizzare i servizi ecosistemici degli alberi urbani, utilizzando approcci basati sul costo evitato (sanitario, energetico, idrologico), sul costo sociale del carbonio e su prezzi ombra degli inquinanti atmosferici. Modelli come i‑Tree Eco/Canopy integrano dati dendrometrici, climatici e di qualità dell’aria per stimare flussi annuali di servizi e relativi valori monetari. (Nowak et al., 2014; USDA Forest Service, 2026; Yousofpour et al., 2024; Gharibi et al., 2026).

 

In un caso di studio in una grande città iraniana (Hamadan), l’uso combinato di i‑Tree Canopy e dati di campo ha stimato che, in media, il valore economico della sola rimozione di inquinanti atmosferici da parte del verde urbano si attesta su alcune centinaia di migliaia di euro l’anno per l’intera città, con un contributo dominante legato alla rimozione di particolato. (Gharibi et al., 2026).

 

In un grande parco urbano di una città altamente inquinata (Mellat Park a Mashhad), l’applicazione di i‑Tree Eco ha mostrato che gli alberi del parco rimuovono complessivamente circa 2,5 tonnellate/anno di inquinanti, con un valore economico associato di alcune decine di migliaia di euro/anno, con un sequestro netto annuo di carbonio, di circa 150 t C.

 

Trasponendo questi risultati, la letteratura converge su un ordine di grandezza prudente: un albero urbano maturo di grandi dimensioni può generare complessivamente benefici economici annuali dell’ordine di 100–200 €/anno per albero, sommando le esternalità positive come: qualità dell’aria, servizi climatici (raffrescamento e risparmio energetico), servizi idrologici, CO₂ sequestrata, in alcuni casi, incremento di valore immobiliare associato alla presenza di verde. (Nowak et al., 2013; Yousofpour et al., 2024; Gharibi et al., 2026).

 

Come stimare il costo per la collettività (prospettiva pigouviana)

 

Dal punto di vista dell’economia ambientale, la rimozione di un albero maturo genera un’esternalità negativa: si perde un flusso di servizi ecosistemici che produceva benefici collettivi. In coerenza con il principio pigouviano, la compensazione dovrebbe essere commisurata al valore economico di tali servizi, altrimenti il costo viene implicitamente trasferito sulla collettività. (Pigou, 1920; applicazioni discusse in manuali di valutazione dei servizi ecosistemici e in USDA Forest Service, 2026).

 

L’esperienza dei casi studio con i‑Tree e modelli simili conferma che, se le compensazioni si limitano a un conteggio numerico delle piante, si tende a sottostimare in modo sistematico il debito: il saldo monetario rimane negativo per molti anni, soprattutto in contesti climaticamente critici. (Nowak et al., 2013; Gharibi et al., 2026; Yousofpour et al., 2024).

 

TRACCE e la strategia climatica di Taranto

 

Alla luce della letteratura scientifica e delle evidenze empiriche che mostrano come Taranto, con i suoi 11.2 m² per abitante si collochi nel gruppo di coda tra i capoluoghi italiani per numero di alberi pubblici per abitante, una strategia climatica adeguata per una città ecologicamente fragile, richiede un impianto ecosistemico integrato. è questo l’approccio portato avanti da TRACCE aps, una associazione di cittadini e professionisti che si sta affermando a Taranto come infrastruttura civica per la riscrittura del paradigma economico della ex capitale industriale del sud.

 

La direzione è quella di assumere i servizi ecosistemici come infrastrutture regolative e come criteri espliciti di pianificazione. Dal punto di vista tecnico, le priorità per un’amministrazione che voglia allinearsi alle migliori pratiche emergenti sono la mappatura del capitale naturale urbano, la mappatura di isole di calore e vulnerabilità climatica, insieme alle mappe di freschezza (cartes de fraîcheur), ovvero zone che mantengono temperature relativamente più basse per effetto combinato di copertura arborea, presenza di corpi idrici, suoli permeabili, ombreggiamento edilizio e/o disponibilità di edifici climatizzati accessibili al pubblico. In questa prospettiva, il rifugio climatico costituisce la concreta soluzione fruibile dalla popolazione nei periodi di stress termico.

 

Tracce propone anche di istituire un monitoraggio civico (Taranto ESG Watch) che si occupi di:

  • istituire un bilancio arboreo che riporti, per anno, il saldo di servizi ecosistemici (tonnellate di C, kg di inquinanti rimossi, m³ di runoff evitato, m² di ombra accessibile);

  • integrare questo bilancio in una piattaforma di monitoraggio ESG partecipata, in cui comunità locali e decisori condividano dati e scenari di trasformazione.

  • Incrementare il verde orizzontale sui tetti degli edifici pubblici e sulle pareti, dato che green roofs e green walls contribuiscono a ridurre il surriscaldamento estivo e il disagio termico nello spazio adiacente.

 

La letteratura recente mostra come la piantumazione di alberi lungo le strade, oltre ai già citati benefici bioclimatici, genera vere e proprie infrastrutture di traffic calming di natura ecosistemica. Gli elementi verticali – tronchi, chiome, filari – generano un restringimento percepito della sezione stradale e una maggiore complessità visiva, inducendo una diminuzione spontanea delle velocità medie senza necessità di barriere fisiche o interventi fortemente intrusivi.

 

Le strade alberate tendono a ridurre lo stress alla guida, ad attenuare i comportamenti aggressivi, a incrementare la presenza di pedoni e ciclisti e, quindi, a rafforzare l’attenzione dei conducenti, migliorando al contempo la percezione di qualità e sicurezza dello spazio pubblico.

 

Visto in questa prospettiva, il fabbisogno di verde urbano investe dimensioni multiple della sicurezza, della salute pubblica, della qualità dello spazio e della giustizia territoriale. Gli alberi non sono più un semplice complemento paesaggistico, ma diventano strumenti di pianificazione urbanistica a pieno titolo, capaci di generare, con un unico investimento, benefici climatici, ambientali, sanitari e di sicurezza stradale per la collettività.

 

In un contesto di acclarata crisi climatica, città come Taranto, per le sue fragilità cumulative, è uno dei casi in cui questa prospettiva non è un lusso concettuale, ma una condizione minima di razionalità economica, sanitaria e territoriale.


Taranto - ponte di San Francesco di Paola, visto in modo artistico e simbolico - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Taranto_-_Ponte_di_San_Francesco_di_Paola_(Ponte_Girevole)_-_2024-09-18_16-52-12_001.jpg
Taranto - ponte di San Francesco di Paola, visto in modo artistico e simbolico - Marina Giannotti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Gladys Spiliopoulos

Laurea magistrale in Economia per l’Ambiente e la Sostenibilità, con formazione in economia aziendale. Specializzata in valutazione dei beni non di mercato, analisi costi-benefici, metodi per le decisioni ambientali e strategie di economia circolare. ESG & Sustainability Specialist, con esperienza in reporting CSRD e climate change. 7 pubblicazioni scientifiche su temi di rigenerazione, sostenibilità e servizi ecosistemici. Membro comitato scientifico WWF Taranto.


Giada Marossi - Segretaria

Architetta, progettista, programmista e project manager, specializzata in progettazione reversibile, con esperienza internazionale. Laureata al Politecnico di Milano. Esperta in riqualificazione di edifici e spazi complessi, con focus su patrimonio pubblico degradato. 2 pubblicazioni su riviste di settore 2 pubblicazioni scientifiche sui temi della rigenerazione.


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