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Questionare la macchina: educazione, pensiero e large language models

«Una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta».

(Platone, Apologia di Socrate, 38a)

 

Un’affermazione che attraversa la storia del pensiero, soglia etica prima ancora che epistemologica, vibrando di inedita risonanza rispetto all’emergere dei large language models nel cuore delle pratiche cognitive, scritturali ed educative: questionare la macchina, non già gesto accessorio, è atto filosofico necessario, là dove l’IA generativa, non limitandosi a offrire risposte, riconfigura condizioni stesse della domanda, ritmo di pensiero, postura del richiedente.

Immagine generata con AI
Immagine generata con AI

L’incontro con gli attuali dispositivi linguistici demarca il confine tra una scrittura espressione lineare dell’intenzionalità e una scrittura processo dialogico mediato, in cui prompt, suggerimenti e richieste generano un testo stratificato, mobile, potenzialmente infinito; ogni medium è ambiente che plasma la percezione e ristruttura il pensiero (Marshall McLuhan, Understanding Media, 1964) con i LLM che agiscono come nuovi climi simbolici entro cui il discorso si plasma, costruisce architettonicamente e appare. In tal contesto, la promessa di “sollievo cognitivo” e produttività aumentata convive con il rischio di standardizzazione semantica, di un’eleganza senza attrito, in cui la parola si impoverisce del peso dell’esperienza e il pensiero rischia di trasformarsi in gestione fluida di possibilità precostituite, standardizzate, inaridite.  L’esternalizzazione cognitiva, lungamente dibattuta nella filosofia della mente − formalizzata dalla teoria della Extended mind di Clark e Chalmers − qui si radicalizza: non più strumenti espansori di memoria o calcolo, ma sistemi generatori di discorso, simulatori di inferenze, anticipatori di formule, inscritti nel cuore dell’attività simbolica. Ogni tecnologia è insieme cura e veleno – decisiva la riflessione di Bernard Stiegler sulla natura farmacologica della tecnica (La technique et le temps, 1994) − capace tanto di sostenere quanto di indebolire le facoltà che mira ad amplificare, come l’IA generativa, in oscillazione tra potenziamento metacognitivo ed espropriazione del gesto riflessivo.  

 

Ma possono tali sistemi assumere funzione socratica, in quanto interlocutori artificiali in grado di rilanciare domande, generare contro-argomentazioni, far vacillare certezze? Una prospettiva, questa, in cui l’IA potrebbe incarnare uno specchio dialogico, una superficie riflettente che obbliga a chiarire, precisare, giustificare; e tuttavia, contrariamente al Socrate storico, essa è priva di responsabilità etica, di intenzionalità incarnata, di cura per l’altro, di tutti gli elementi riconosciuti come “fondativi” di ogni educazione autenticamente emancipativa (Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, 1968).

 

Fertile il quadro teorico offerto dalla post-fenomenologia, da Don Ihde a Peter-Paul Verbeek, per esaminare e comprendere tale ambivalenza, individuando, nelle sempre più emergenti tecnologie, dei mediatori attivi delle relazioni tra umani e mondo: non strumenti neutri, ma dispositivi che modellano il nostro rapporto con il linguaggio, con il sapere e con noi stessi come soggetti epistemici, incorporando, nei dati e nelle architetture che li sostengono, valori, gerarchie e bias sedimentari: nuovi dispositivi di sapere-potere − si pensi al Panopticon di Michel Foucault (Sorvegliare e punire, 1975) − capaci di ridefinire ciò che conta come conoscenza legittima e competenza, e per cui postulano non una risposta normativa semplice, ma una pratica critica continua.

 

Orbene, l’etica dell’istruzione nell’era della pedagogia trasformativa non dovrà ridursi a divieto o adozione acritica, ma andrà investita del ruolo di progettare cornici pedagogiche che rendano visibile la mediazione tecnica, che coltivino la metacognizione, che valorizzino il contraddittorio e preservino spazi di lentezza e resistenza, in cui il pensiero possa sostare e nutrirsi, fiorendo nell’incertezza.

 

È l’IA il mood simbolico in cui si gioca il destino dell’educazione trasformativa: in bilico tra esternalizzazione e maieutica, automazione e dialogo, seduzione della risposta immediata e fatica feconda della domanda, educare tecnicamente è educare alla relazione con le macchine (Gilbert Simondon, Du mode d’existence des objets techniques, 1958); e l’intelligenza artificiale può assumere, in luogo di sostituto del pensiero, il ruolo di interlocutore e provocatore più esigente, a condizione che l’umano non abdichi al compito, eminentemente filosofico, di interrogare ciò che, a sua volta, lo interroga.

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