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Elogio della scomodità

Il 2 novembre ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini: ma com’è percepito dalla contemporaneità? Rispondere non è affatto semplice, soprattutto perché l’impronta lasciata da quest’uomo resta iridescente. Un’ eredità scomoda, controversa, preziosa, che abbraccia l’arte in molteplici campi.  

Pier Paolo Pasolini e Enrique Irazoqui, in un momento di pausa, dinanzi allo struggente paesaggio dei Sassi. Sullo sfondo a destra seduto, Maurizio Lucidi, aiuto regista - Domenico Notarangelo, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Pier Paolo Pasolini e Enrique Irazoqui, in un momento di pausa, dinanzi allo struggente paesaggio dei Sassi. Sullo sfondo a destra seduto, Maurizio Lucidi, aiuto regista - Domenico Notarangelo, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Letterato, critico, regista, drammaturgo, sperimentatore: le etichette, da lui così tanto combattute, abbondano senza contenerne la complessa personalità.  

 

Da Ragazzi di vita a Petrolio, senza dimenticare Divina mimesis, il maestro Pasolini sfida costantemente i canoni e gli stilemi  ponendosi come voce divergente e irriducibile, dissacrante e brutalmente veritiera: di quale verità si faccia portatore ancora non è possibile dire, non senza risultare troppo parziali nell’analisi stilistica, linguistica, socio-politico-culturale di un autore coltissimo e capace di colloquiare con i grandi autori del passato.  

 

Farsi strada, farsi leggere, lanciare accuse chiare e sferzanti in TV, sui giornali, con la sua regia d’avanguardia, non ha mai rappresentato per Pasolini un problema: senza semplificare il suo stile narrativo, senza mai tradirsi, in più momenti della vita ha assaltato con veemenza l’ipocrisia borghese, i privilegi economici e politici di questa classe in evoluzione costante, che ha perso la propria identità in virtù dell’unica divinità esistente: il danaro.  

 

Pasolini mantiene intatto il fascino di chi ha saputo portare la poesia al cinema, per un pubblico vastissimo. Il pathos retorico utilizzato, l’infaticabile ricerca stilistica, la sperimentazione linguistica e narratologica impongono una continua ridefinizione dei confini e dei limiti di ciò che è possibile definire “letteratura”. 

 

Forse, al netto di una vita condotta con intensità intraducibile e difficilmente comprensibile oggi, la scomodità pasoliniana sta tutta nel finale, inaccettabile, della sua parabola, che pure ha senso indagare per comprendere il nesso essenziale che ne caratterizza la storia: arte-vita.  

 

Lui stesso, in qualche modo, ragazzo di vita friulano, poi maestro e guascone coltissimo, opinionista e critico sagace, un mix di contraddizioni solo apparenti, solo formali, non sostanziali: perché in uno sguardo così acuto e vasto, così capace di scandagliare il reale, anche delle periferie dimenticate, non può ignorare il potente antidoto all’omologazione capitalista: l’unicità nella molteplicità, e viceversa.  

 

Tra progetti, visioni, alienazione, isolamento e metamorfosi, il Pasolini drammaturgo, a colloquio con un’antichità intramontabile e in divenire, si consegna ai posteri acutizzandone l’ardua sentenza, certo di poter continuare a dialogare, a sperimentare connessioni, scatti, riverberi con quel pubblico di domani che poi ha rappresentato il destinatario privilegiato già in vita, quando, consapevole della funzione pedagogica della sua arte, ha scelto di re-impostare il “noi”, per ricordarci dell’ identità umana che segna un’appartenenza anche per distanza, anche in controluce e in controtendenza. Un’appartenenza che è più importante e forte del boom economico, dell’illusione del progresso tecnologico e di qualsiasi individualismo becero.  

 

La sua Affabulazione conquista e nel disincanto di chi è ormai sveglio, predomina la componente onirica come nostos culturale di un Occidente in putrefazione valoriale.  

 

La crisi, in Pasolini, è pretesto e slancio per ingaggiare una lotta senza precedenti con qualsiasi comoda “abitudine”.

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