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Nietzsche e l’abisso che abita in noi

Friedrich Nietzsche è uno dei pilastri fondamentali della Filosofia del Novecento e lo è anche della mia personale biblioteca filosofica di casa. Ogni sua opera ed ogni suo pensiero, seppur qualcuno influenzato negativamente dall’eredità pervenutaci dalla sorella Elisabeth, ha in sé numerose tematiche che potremmo definire attuali.

 

Weimar, museum "New Weimar", Hans Olde, Friedrich Nietzsche in his sickbed, 1899 - Dguendel, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Weimar, museum "New Weimar", Hans Olde, Friedrich Nietzsche in his sickbed, 1899 - Dguendel, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

«Al di là del bene e del male: preludio di una filosofia dell’avvenire» è, infatti, uno dei testi più importanti del pensiero nietzschiano e di tutta la filosofia del secolo scorso. Questo saggio filosofico, che Nietzsche ha pubblicato pagando a sue spese, è una critica al vuoto che permea il pensiero degli intellettuali suoi contemporanei, perché ancora intrisi della metafisica tradizionale, legata a valori etici dettati, per lo più, dalla tradizione cristiana con il suo conseguente appiattimento morale.

 

Uno degli aforismi di quest’opera recita: «Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso anche l’abisso scruterà dentro di te».

 

In quest’opera e, di conseguenza, anche in queste righe, il filosofo riprende la teoria dell’Ubermensch, dell’oltreuomo, già espressa in Così parlò Zarathustra. L’oltreuomo è l’uomo che diviene se stesso rifiutando i valori etici della metafisica tradizionale nell’affermazione, appunto, di se stesso: è il più alto grado dell’evoluzione dell’uomo, che rifiuta il dogmatismo del «Tu devi» dell’imperativo categorico kantiano in favore di un «Io voglio» nietzschiano. È l’uomo che abbandona lo spirito apollineo in favore del dionisiaco, ovvero è l’uomo che fa prevalere le proprie passioni e si lascia guidare dalle sue pulsioni.

 

In questo aforisma Nietzsche ci invita a combattere il «male», quei mostri, facendo attenzione a non finire per identificarsi poi col male stesso. Significa affrontare il processo senza allinearsi al processo stesso, non diventando così ciò che stai combattendo. Così come un padrone che, schiavizzando, rimane schiavo della propria etica a sua volta: non essere spasmodicamente circoscritti in quell’etica che limita anche se stessi e non solo l’altro. È «andare oltre» - l’Ubermensch, appunto – l’uomo che supera l’uomo.

 

In Nietzsche questo è un tema che pone delle critiche anche alla tradizione cristiana, che possiamo trovare anche nella prefazione dell’opera, in cui definisce la religione cristiana il «platonismo per il popolo», perché impone un modello morale da instillare nelle menti delle masse, soffocando così la volontà e la creatività individuale. Qui si può notare una critica nei confronti della pietà dei cristiani verso i più deboli. Il loro modo di agire non aiuta questi ultimi, anzi, inasprisce il problema: l’abisso che è in loro, secondo Nietzsche, va spronato con l’aiuto nel renderli più forti e non nel provare per loro pietà.

 

Oltre cento anni dopo, vivendo e studiando alcuni episodi storici che Friedrich Nietzsche non ha mai visto, come le due Guerre Mondiali, i campi di concentramento o le numerose guerre che popolano nuovamente il mondo, con i propri ritorni ai genocidi, credo che l’abisso possa identificarsi in due diversi Io: un Io collettivo, che guarda il mondo e vede spiegato il proprio abisso nella pratica; un Io individuale che guarda l’abisso come sofferenza esistenziale, quella sofferenza che Nietzsche definisce come «mostri» e che è necessaria combattere, in quanto combattere l’abisso è, in fondo, ciò che rende la vita interessante.

 

Il tratto esistenziale della vita stessa fa sì che esista la sofferenza, è la vita che genera quei mostri, che crea l’abisso e lo genera per alimentare in noi se stessa. Per questo è fondamentale non lasciarsi sopraffare dalla vita ma cavalcarla come quel cavallo leggendario che Nietzsche, nel 1889, abbracciò in Piazza Carignano, a Torino, dopo averlo visto soffrire per essere stato trainato a sangue.

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