Midterm 2026, l’onda blu: i democratici si riprendono il Congresso

I democratici riconquistano Camera e Senato: un voto sul costo della vita e sulla guerra con l’Iran.

Il 3 novembre gli elettori americani hanno consegnato a Donald Trump un Congresso a guida democratica per gli ultimi due anni del mandato. Lo spoglio resta aperto in alcune corse, ma le proiezioni assegnano ai democratici sia la Camera sia il Senato. Il risultato supera il consueto voto di protesta contro il partito del presidente e investe anche Stati considerati roccaforti repubblicane.
È il Senato la sorpresa maggiore. I repubblicani partivano da 53 seggi contro i 47 del fronte democratico, ma hanno perso almeno sette seggi. In Texas James Talarico ha battuto Ken Paxton, sostenuto da Trump; in Ohio Sherrod Brown ha riconquistato il seggio. In North Carolina ha vinto l’ex governatore Roy Cooper, mentre nel Maine Troy Jackson ha sconfitto Susan Collins. I democratici hanno ottenuto altri ribaltamenti in Iowa, Kansas e South Carolina, assicurandosi così il controllo della camera alta.
Alcune vittorie hanno valore storico. In Kansas Adam Hamilton è il primo democratico eletto al Senato dello Stato da oltre novant’anni; in South Carolina Annie Andrews riporta il seggio al partito dopo quasi tre decenni. In Michigan Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato federale, mantiene invece un seggio già democratico. Sono segnali di un elettorato disposto a rimettere in discussione equilibri consolidati.
L’onda blu ha raggiunto anche i governatorati: cinque passano dai repubblicani ai democratici, in Georgia, Ohio, Iowa, Nevada e Texas. In Georgia Keisha Lance Bottoms diventa la prima donna afroamericana eletta governatrice negli Stati Uniti. In Ohio Amy Acton sconfigge Vivek Ramaswamy; in Texas Gina Hinojosa batte Greg Abbott e riporta i democratici alla guida dello Stato dopo oltre trent’anni. La Florida resta invece repubblicana con Byron Donalds.
Alla Camera i democratici conquistano più di due dozzine di distretti, anche in collegi che nel 2024 avevano votato nettamente per Trump. Il ridisegno dei confini elettorali voluto dai repubblicani non basta a salvare la maggioranza. Hakeem Jeffries si avvia alla presidenza della Camera, che sarà decisa formalmente all’insediamento del nuovo Congresso il 3 gennaio 2027.
A pesare sono soprattutto economia e politica estera. Secondo gli exit poll riportati da Reuters, quasi nove elettori su dieci hanno considerato importante il costo della vita e circa due terzi hanno attribuito a Trump la responsabilità dei rincari. L’AP Voter Poll segnala inoltre una diffusa richiesta di maggiori controlli del Congresso sul presidente. La guerra con l’Iran e i suoi riflessi economici, insieme ai dazi, hanno aggravato il malcontento verso la Casa Bianca. Il sostegno dei giovani e di parte dell’elettorato ispanico ai democratici segnala inoltre quanto siano mobili le coalizioni elettorali americane.
Per le relazioni internazionali la domanda è cosa cambierà oltre i confini americani. Il Congresso non dirige la politica estera, ma può condizionarla attraverso bilancio, finanziamenti alla difesa, aiuti internazionali e audizioni parlamentari. Le commissioni guidate dai democratici potranno scrutinare più da vicino la guerra con l’Iran; il Senato potrà frenare la conferma di ambasciatori e alti funzionari. La Casa Bianca dovrà quindi negoziare con un Parlamento meno disponibile ad assecondarla. Potrebbero aprirsi scontri soprattutto sui fondi militari e sulle priorità di bilancio.
Anche alleati e rivali osserveranno il nuovo equilibrio. Per Bruxelles potrebbero aprirsi spazi di dialogo su commercio, sicurezza e cooperazione transatlantica, senza che questo cancelli le divergenze con Trump. Pechino leggerà invece il risultato come un indicatore della capacità dell’amministrazione di sostenere nel tempo le proprie scelte strategiche. Per gli alleati, la questione non è solo chi parla a nome degli Stati Uniti, ma anche quanto gli impegni assunti possano durare. In una competizione globale sempre più intensa, la stabilità politica interna americana diventa una variabile geopolitica.
La vittoria democratica non equivale però a pieni poteri. Trump conserva il veto e molte leggi richiedono al Senato consensi più ampi della sola maggioranza. Il nuovo Congresso sarà dunque soprattutto uno strumento di controllo, negoziazione e contenimento dell’esecutivo, non un governo alternativo.
Il 3 novembre apre così una fase di governo diviso, cruciale per gli ultimi due anni della presidenza Trump e per la corsa al 2028. Resta da capire se l’onda blu sia un voto di protesta destinato a esaurirsi o l’inizio di una trasformazione politica capace di incidere anche sull’ordine internazionale.




