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Manovra 2027 e tagli alla scuola: la favola del "nessuno sapeva niente" e il valore dell'istruzione in Italia

4 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

C’è un copione che in Italia si ripete con la precisione di un metronomo istituzionale: arriva la legge di bilancio, si raschiano i fondi pubblici e a farne le spese sono sempre i soliti noti. Con la Manovra 2027 il copione non è cambiato, arricchendosi però di un dettaglio grottesco che fotografa la considerazione in cui è tenuta l'istruzione nel nostro Paese: la scoperta “a scoppio ritardato”, da parte dei vertici politici, di un taglio di quasi settemila posti tra docenti e personale ATA, accompagnata dal mantra del "nessuno ne sapeva niente".


Il Ministro dell'Economia e delle Finanze Giorgetti in conferenza stampa presenta il disegno di legge di bilancio 2027. https://www.governo.it/sites/governo.it/files/DSC07183_0.jpeg

Entrando nei numeri, la bozza della legge di bilancio prevede a partire dall'anno scolastico 2027/2028 una riduzione complessiva di 6.974 posti, nello specifico 4.925 cattedre per i docenti e 2.049 unità per il personale ATA. Un salasso che si va a sommare ai tagli già macinati negli anni precedenti, strangolando ulteriormente un sistema scolastico che avrebbe disperatamente bisogno di investimenti strutturali, classi meno affollate, stabilizzazione del precariato. Di fronte alle proteste immediate dei sindacati e del mondo della scuola, è trapelata una versione dei fatti tanto surreale quanto sintomatica: lo stesso Ministero dell'Istruzione e del Merito e il ministro Giuseppe Valditara sarebbero stati colti di "sorpresa", si sono detti estranei alla decisione. Quei numeri impietosi sarebbero infatti spuntati direttamente dalle tabelle algide del Mef guidato da Giancarlo Giorgetti, senza un reale e preventivo confronto politico in Consiglio dei Ministri.


"Nessuno ne sapeva niente" è la classica pezza peggiore del buco. Se fosse vera, sarebbe di una gravità inaudita, perché significherebbe che il ministero preposto a guidare l'istruzione italiana non controlla i propri capitoli di spesa e subisce passivamente i tagli calcolati da altri. Ma la verità, ovviamente, è la solita e comoda bugia di cortesia politica: si lancia il sasso, si misura la reazione e, se la protesta monta, si recita la parte dello stupito di turno, aprendo a future modifiche parlamentari (come già abbozzato da esponenti della stessa maggioranza, vedi le aperture del leader della Lega Matteo Salvini). Nel frattempo, però, la misura è stata scritta, protocollata e inserita nei dossier ufficiali. Le opposizioni sono andate subito all'attacco: Irene Manzi del Partito Democratico ha denunciato che «per questo governo la scuola non è un investimento, ma un bancomat da cui prelevare a ogni legge di bilancio», ricordando come in due manovre siano stati sottratti quasi 15mila posti complessivi, mentre Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra ha parlato senza mezzi termini di «rapina sociale».


La questione del "non sapevamo" non fa che confermare la diagnosi peggiore sullo stato di salute della politica italiana: la scuola non è una priorità strategica, ma un fastidioso capitolo di spesa da comprimere per far quadrare i conti. Se si potesse davvero tagliare di nascosto il futuro di migliaia di studenti e la stabilità di migliaia di lavoratori senza che il ministro competente se ne accorga, significherebbe che per la politica la scuola è un oggetto estraneo, di cui ci si ricorda solo per tagliare il nastro di un'inaugurazione o per polemiche estive. Raccontarci la fiaba che la mannaia sia calata per magia insulta l'intelligenza di chi la scuola la vive ogni giorno: la verità è che sapevano eccome, e il vero problema è che non importava a nessuno. Credete davvero che un ministero possa "subire" tagli di questa portata all'insaputa del proprio ministro, o questa scusa dimostra che la scuola è considerata solo un fastidioso capitolo di spesa da tagliare senza remore?

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