Lo scetticismo costruttivo di John Leslie Mackie e la polarizzazione del dibattito contemporaneo
Il dibattito pubblico contemporaneo è attraversato da spaccature morali aspre e attacchi ai diritti universali. Chi li nega lo fa imponendo il proprio esclusivo punto di vista soggettivo a scapito degli altri, tuttavia paradossalmente pretende che esso rifletta una verità morale oggettiva e assoluta. Questo meccanismo genera ed esaspera le polarizzazioni, causando conflitti insanabili in seno alla società. Sono dell’idea che la teoria dell’errore del filosofo australiano, John Leslie Mackie, possa offrire una chiave d'interpretazione cruciale per comprendere l'accesa polarizzazione della sfera pubblica contemporanea e smascherare il dogmatismo oggettivistico che, a suo avviso, si cela spesso nel modo stesso di parlare delle persone sulle questioni morali. Con una mossa scettica, il filosofo smonta le pretese oggettivistiche, senza però scivolare nel relativismo, nell'arbitrio o nella negazione dell'importanza della morale e dei diritti.
Nel suo saggio Etica, inventare il giusto e l'ingiusto, il bersaglio critico di Mackie è il realismo etico, difeso nel corso del Novecento da George Edward Moore, per il quale il "buono" si dà come una proprietà reale, seppur non naturale. Ma se così fosse, osserva Mackie, non potremmo spiegarci il fatto che si vengano a generare conflitti e disaccordi etici. Se ammettessimo valori oggettivi univoci, la variabilità dei codici morali e delle forme di vita dipenderebbe da una macchinosa distorsione percettiva. Per il filosofo australiano è molto più lineare sostenere la tesi opposta, ossia che non esistono valori oggettivi. I sistemi morali cambiano perché riflettono forme di vita differenti. Le persone non si impegnano in pratiche sociali come, per esempio, la monogamia perché vi aderiscono come a un valore astratto; al contrario, approvano la monogamia perché partecipano a un tipo di vita monogamo. Questo primo argomento è detto della relatività, a cui Mackie affianca quello della stranezza: se i valori oggettivi esistessero, dovrebbero essere intesi come entità del tutto "strane", differenti da qualsiasi altro elemento dell'universo. Per conoscerli si necessiterebbe di una facoltà sui generis, uno «speciale tipo di intuizione». Inoltre, se il bene fosse un'idea oggettiva evidente, tutti noi saremmo costretti automaticamente a perseguirla, a prescindere dai nostri desideri o bisogni, dalle ragioni che ci diamo e dalle motivazioni che ci spingono ad agire "bene".
Ma il fulcro della critica di Mackie risiede proprio nella teoria dell’errore. La critica all'oggettivismo gli permette di smascherare il resoconto oggettivistico del linguaggio morale ordinario. Dobbiamo chiederci perché le persone formulino i propri giudizi morali con la pretesa che essi siano oggettivi. Se è vero, come ritiene lo scetticismo, che i valori oggettivi morali in sé non esistono, allora questa pretesa insita nel linguaggio è del tutto infondata e di conseguenza tutti gli enunciati morali ordinari sono falsi. Da dove deriva questa pretesa? Sulla scorta di John Locke, Mackie parla di proiettivismo e spiega che l'illusoria oggettività nasce dalla tendenza della mente a proiettare all'esterno i propri stati d'animo. Desideri privati e richieste sociali si stabilizzano e danno una parvenza oggettiva utile a rafforzare l’autorità dei codici morali.
Ma allora, se non esiste nessuna oggettività morale, l’unica soluzione sembra essere quella di scivolare in un relativismo nichilista. Come possiamo evitarlo? La risposta di Mackie risiede nella naturalizzazione dell'etica per via sentimentalista e convenzionalista. Richiamando il mito platonico del Protagora — in cui Zeus invia Hermes per donare agli uomini aidòs (senso morale) e dike (la giustizia) così da rimediare alla naturale fragilità umana e consentire la convivenza —, il filosofo mostra che la nascita della morale va connessa alla necessità di coordinare l'azione tra esseri non naturalmente inclini alla cooperazione in presenza di risorse scarse. Sentimentalismo e convenzionalismo mostrano il sorgere di norme che sembrano oggettive da elementi soggettivi, senza dover ricorrere alla tesi insostenibile dell’esistenza oggettiva dei valori. Rifacendosi a Hobbes, pur rifiutando l’assunzione di un’antropologia totalmente negativa, ma condividendo l’idea di Hume di una cooperazione nata attraverso un equilibrio di interessi e da una limitata simpatia, Mackie si impegna non solo a non distruggere la morale, ma anzi a favorire una possibile argomentazione in favore di un’etica normativa. In particolare, di una moralità rights-based.
È proprio in questo passaggio che intravedo la risposta alla crisi dei diritti universali descritta in apertura. Per uno scettico i diritti, come i valori, non sono entità oggettivamente esistenti. Tuttavia riconoscere in essi strumenti inventati e sottoponibili a continua revisione non ne diminuisce il valore. Al contrario li sottrae al dogmatismo dello scontro frontale. Partire dall’assunto di riconoscere a tutti il diritto fondamentale di vivere come si desidera significa declinarlo in diritti alla vita, alla salute e alla felicità, risolvendo i problemi morali senza amalgamare i diversi punti di vista in un unico criterio superiore assoluto. Il filosofo Richard Mervyn Hare obietta che questa teoria, rinunciando a un criterio universale, si affida a un confuso invito alla negoziazione. Ma forse sono proprio la flessibilità e la transizione la vera forza della moralità basata sui diritti elaborata da Mackie. Il pensiero morale critico non può occupare un punto di vista trascendentale rispetto ai conflitti, deve crescere dal basso cercando compromessi transitori. Partire dai diritti significa elaborare soluzioni seppur provvisorie, che rifiutano criteri ultimi, i quali finirebbero per soffocare la molteplicità e la differenza dei punti di vista, degli interessi e delle passioni delle persone morali ed etiche reali.





