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Libertà di morire o solitudine della scelta?

Fine vita e suicidio assistito riaprono una domanda che non riguarda solo chi soffre,ma il modo in cui una società accompagna — o lascia sola — la fragilità.


"Non è mai solo una scelta individuale.È sempre anche il riflesso del mondo in cui quella scelta diventa pensabile."

La recente notizia di una donna (nome di fantasia Libera per rispetto della privacy) che ha scelto il suicidio assistito attraverso un dispositivo a comando oculare riporta al centro una delle questioni più difficili del nostro tempo.


Non è soltanto una questione giuridica. E non è nemmeno solo un tema medico. È una domanda che riguarda tutti.


Il dibattito, come spesso accade, si divide rapidamente. Da una parte, l’idea che ogni individuo debba poter decidere della propria vita fino in fondo. Dall’altra, la convinzione che la vita non sia qualcosa di cui possiamo disporre completamente. Sono due posizioni forti. E in parte entrambe necessarie.


Ma c’è un punto che resta spesso sullo sfondo. Molte richieste di eutanasia non nascono soltanto dal dolore fisico. Nascono da condizioni più silenziose: la solitudine, la perdita di senso, la paura di dipendere dagli altri, il timore di diventare un peso. Ed è qui che la domanda cambia. Una scelta è davvero libera quando prende forma dentro queste condizioni? Oppure stiamo usando la parola “libertà” per dare un nome a qualcosa che non sappiamo più come sostenere?


In una società capace di accompagnare davvero la fragilità, il problema si porrebbe in modo diverso. Saremmo più sicuri che quella decisione nasce da un atto pienamente consapevole e non da una mancanza di alternative percepite, come dovrebbe essere nella realtà.


Ma la società in cui viviamo non è neutra. È una società che fatica a stare accanto alla sofferenza. Che vive la dipendenza come un fallimento. Che tende a eliminare ciò che non funziona.


In questo contesto, anche la morte rischia di apparire come una soluzione coerente. Non perché lo sia in sé. Ma perché lo diventa dentro un certo modo di guardare la vita.


Il rischio, allora, non è soltanto etico o giuridico. È culturale. Una società che non sa più dare senso alla fragilità finisce per considerarla un problema da risolvere. E quando questo accade, la linea tra libertà e abbandono si assottiglia. Non si tratta di negare il diritto a scegliere. Si tratta di capire quanto quella scelta sia sostenuta, accompagnata, condivisa. Perché forse la domanda più difficile non è se sia giusto morire. È se siamo ancora capaci di restare accanto a chi vive male.


Una società si misura non da quanto difende la vita, ma da quanto è capace di non lasciare solo chi vorrebbe smettere di viverla.

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