Leone XIV e la sfida dell’umano: un’enciclica contro le tentazioni del potere
- Fernando Massimo Adonia

- 2 ore fa
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Abbiamo a che fare, innanzitutto, con un testo bello da leggere. Dettaglio forse superfluo, ma nel caso di una lettera enciclica potrebbe essere un segnale di bontà. Magnifica Humanitas, il tanto atteso scritto di Leone XIV dedicato all’intelligenza artificiale – scritto che peraltro illumina le ragioni che si celano dietro al nome pontificio, che richiama la Rerum novarum di papa Pecci – non delude le aspettative, facendosi carico delle tantissime inquietudini del tempo presente.

È l’incipit a proporre, immediatamente, una chiamata storica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”».
Chi vi scrive non intende spiegare affatto quale sia il messaggio del primo pontefice della storia all’umanità tutta. Si tratta di un testo da leggere tutto d’un fiato e che ci dice tanto sulla grammatica di un papa che, per personalità e formazione, non pretende di attirare su di sé l’attenzione. Ma, come ogni roccia sulla riva del mare, sono le onde a sbattergli contro e non il contrario. Gli attacchi di Donald Trump ci hanno fatto conoscere la tempra e la tenacia di un uomo di spirito, producendo l’effetto di un boomerang ancor più imbarazzante rispetto al pantano del conflitto iraniano.
Queste poche righe servono semmai a segnalare velocemente alcuni punti che, siamo convinti, serviranno a decifrare la missione pastorale di Prevost negli anni a venire.
Rimanendo al rapporto tra Chiesa e politica, il Santo Padre spiega perché, nonostante il riconoscimento dell’autonomia degli attori istituzionali, la comunità cristiana si senta autorizzata ad esprimere le proprie preoccupazioni. Ecco un passaggio decisivo: «Il Concilio Vaticano II affermava la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica, evidenziando come ciascuna di esse debba operare nella più piena autonomia. Essa [la Chiesa] non pretende di assumere le funzioni che competono allo Stato; al contrario, ne stima il servizio al bene comune e riconosce con convinzione la responsabilità che le istituzioni civili esercitano nella società. Allo stesso tempo, la missione che le è affidata la induce a non rimanere distante dalle sofferenze concrete degli uomini e delle donne del nostro tempo. La sua vicinanza nasce dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità. Quando interviene, lo fa imitando il buon Samaritano, con discrezione e prossimità».
Insomma, la Chiesa rivendica per sé il ruolo di sentinella dell’umanità perché si ritiene interprete delle sofferenze, una legittimazione che evidentemente risiede tra le braccia della Croce, il luogo che teologicamente si fa carico del senso più profondo del dolore umano. Un passaggio forte, impegnativo e che ricapitola in un solo colpo tutta l’essenza della missione evangelica, non senza disarmare ogni lettura sociologica della predicazione cristiana.
L’invito del papa è quello di «restare umani» e lo pone additando una deriva a cui dà un nome ben preciso: il transumanesimo. «Di fronte alle pressanti sollecitazioni di una tecnica che rischia di smarrire il proprio fine – scrive papa Leone – rivolgo un accorato appello a tutti affinché non si ceda alle lusinghe del transumanesimo, che vagheggia un uomo ibrido e artificiale. È necessario, invece, custodire la nostra vocazione profonda a restare umani. Non è nell'illusione di un superamento tecnologico della nostra natura che troveremo la salvezza, perché è proprio nei principi di uguaglianza, solidarietà, giustizia e relazione che risiede la vera cura per l’umanità e per le sue ferite».
Leone si è presentato al mondo invocando «una pace disarmata e disarmante». Con Magnifica Humanitas procede ulteriormente nella stessa direzione, rivolgendosi ai capi delle nazioni e invitandoli a mettere da parte i conflitti e a neutralizzare quella falsa convinzione che l’uso di armi sempre più tecnologicamente avanzate possa rendere la guerra più intelligente e meno cruenta. Il papa insegna che questa prospettiva è falsa su tutta la linea: lo dimostrano le cronache insanguinate di questi anni, lo conferma la saggezza umana.
Eccolo: «Diventa pertanto un dovere morale imprescindibile per la comunità delle nazioni – scrive – disarmare l'intelligenza artificiale, sottraendo i sistemi algoritmici alla logica micidiale del conflitto e della guerra. Non possiamo permettere che decisioni sulla vita e sulla morte degli esseri umani siano delegate a calcoli automatizzati o a macchine prive di coscienza. La vera sicurezza non nasce dalla potenza cieca degli algoritmi bellici, ma dalla promozione di una pace fraterna e da uno sviluppo che metta sempre al centro la dignità della persona».
Come detto, si tratta di una bella enciclica, con citazioni importanti. Ha suscitato una positiva meraviglia il richiamo a Tolkien e alla saga de Il Signore degli Anelli, e ci piace riprenderlo: «Il desiderio di un potere assoluto e di un controllo totale sulla realtà finisce inevitabilmente per consumare e distorcere l’anima di chi lo persegue. Le moderne tecnologie, se private di un solido orientamento etico, rischiano di trasformarsi in quell’Anello del Potere, promettendo all’uomo una falsa divinità ma privandolo, in verità, della sua libertà più autentica e della capacità di amare».
Ma il papa cita anche un altro grande, il pensatore cattolico che ha influenzato più di altri i pontificati di Ratzinger e Bergoglio: il filosofo italiano, ma di cultura tedesca, Romano Guardini, che sull’età moderna e sull’analisi del potere ha scritto pagine importanti che andrebbero rilette assieme ai moniti di Paolo VI. Entrambi hanno compreso come l’umanità potesse diventare vittima delle sue stesse conquiste e che i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunti ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo.
Una previsione che Leone ha fatto propria. E che, con spirito evangelico, intende disinnescare prima che sia troppo tardi. Ma non può farlo da solo. Ecco dove risiede l’appello ineludibile di un’enciclica destinata a lasciare un segno profondo nella storia della Chiesa e dell’umanità.



