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Dal grembo al trono: breve storia del Dio padre che spodestò la Dea madre

Un tempo, Dio aveva i fianchi larghi, il seno pronunciato e il potere assoluto di creare la vita. Poi arrivò l’uomo con la spada, la legge e una gran voglia di comandare.

 

C’erano una volta le Dee. Creatrici, sovrane, complesse. Non simboli, ma potenze. Si danzava con loro, si temevano, si onoravano. Non avevano bisogno di giustificarsi: erano la manifestazione diretta del mistero, della vita e degli elementi fondamentali della natura. Era il tempo in cui la divinità era femmina e non per gentile concessione, ma per diritto originario. La vita era un ciclo, il sacro era immanente, la creazione era materia e sangue, non parola astratta.

Nina Paley, CC0, via Wikimedia Commons
Nina Paley, CC0, via Wikimedia Commons

Poi qualcosa si incrinò. Il caos andava dominato, la carne tenuta a bada, il corpo confinato. Le Dee vennero fatte a pezzi nei miti: squartate, silenziate, sostituite. Tiamat viene smembrata da Marduk, Gaia incatenata dalle sue stesse figlie, Ishtar degradata a ornamento narrativo. Il femminile divino divenne “l’Altra” da annientare. Sul trono salì il Dio maschio: unico, geloso, gerarchico. Il potere cambiò pelle. Non nasceva più, si imponeva.

 

Il femminile fu riscritto: da principio creativo a funzione secondaria. Il corpo che genera divenne oggetto da possedere, sorvegliare, punire. Il sacro passò dalla terra al cielo, dal grembo al verbo. Dio divenne Padre e con lui nacque il patriarcato divino, quello che non governa solo le anime, ma anche le leggi, i corpi, le famiglie. Come nota Gerda Lerner, non si trattò solo di un cambio di culto, ma di una rivoluzione politica: la cancellazione del femminile come soggetto storico.

 

La divinità maschile costruì un mondo a sua immagine: verticale, punitivo, binario. Dove il potere è sempre conquista e mai relazione. Dove la donna è utile finché fertile, devota, sottomessa. Dove il sacro coincide col controllo. Il dominio non si limitò alla religione ma si estese alla cultura, all’economia, al linguaggio. Da Platone in poi, la filosofia stessa contribuì alla sublimazione del principio maschile e alla demonizzazione del corpo femminile, associato alla materia, alla caducità, al “disordine” (chiamiamola pure misoginia travestita da metafisica). Aristotele perfezionò l’opera, sostenendo che la donna fosse un “maschio mancato”, una sorta di difetto biologico che la natura aveva prodotto con scarso impegno. Grazie di cuore, maestro di logica. 

Nina Paley, CC0, via Wikimedia Commons
Nina Paley, CC0, via Wikimedia Commons

Con il cristianesimo la centralità del Padre divenne dogma e il grembo fu ridotto a strumento di redenzione solo quando apparteneva a Maria: vergine, obbediente e soprattutto silenziosa. Tertulliano ammoniva che la donna fosse “la porta del diavolo”, colpevole in eterno del peccato originale. Agostino raffinò la condanna, spiegando che il corpo femminile era occasione di caduta e che solo la sua sottomissione poteva garantire ordine. In breve: la salvezza passava per l’umiliazione delle figlie di Eva.

 

Il medioevo ereditò questa visione con zelo burocratico. Le streghe non furono semplici vittime di superstizione, ma il bersaglio politico di un progetto di disciplinamento sociale. Il Malleus Maleficarum non fu solo un manuale di caccia alle streghe ma un trattato sul controllo del corpo femminile. Il grembo diventava minaccia, la sessualità un crimine, la sapienza un delitto. La Chiesa non inventò il patriarcato, ma lo benedisse con acqua santa.


Paolo Uccello, Scene della Crezione, 1430-32 ca., Adamo ed Eva (Chiostro Verde - Frescos) - Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Paolo Uccello, Scene della Crezione, 1430-32 ca., Adamo ed Eva (Chiostro Verde - Frescos) - Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

L’età moderna non ruppe davvero lo schema. Cartesio ci regalò il dualismo anima-corpo e, indovina un po’, il corpo cadde ancora una volta nel campo del sospetto. Rousseau parlava di libertà ma per le cittadine immaginava educazione domestica e destino materno. La rivoluzione francese decapitò un re ma non la sovranità patriarcale. D’altronde, chi fu stata dipinta come maggior colpevole della fame del popolo e della caduta della monarchia? Si, esatto.

 

Eppure, tra le pieghe della storia, la Dea continuò a sopravvivere. Nascosta nelle leggende popolari, nelle erbe delle guaritrici, nelle parole non scritte delle contadine. Non come ricordo innocuo, ma come resistenza quotidiana. Perché ogni volta che il potere costruiva un altare verticale, qualcuna continuava a praticare il sacro orizzontale della cura e della comunità.

 

È così che siamo arrivate qui. In un mondo che prega il Padre e sospetta della libertà. Dove si bruciano ancora le streghe, solo con metodi più eleganti e procedure burocratiche. Dove il Dio delle gerarchie benedice governi, guerre e proprietà private. Dove la creazione continua ad avere un solo volto: maschile, bianco e seduto in cima a una scala che lui stesso ha costruito.

 

Ma qualcosa resiste. Non come nostalgia ma come rivolta. La Dea non è madre consolatrice, né carezza tra un patriarca e l’altro. È ciò che è stato cancellato per paura: potere che non chiede perdono. Non torna per farsi adorare, ma per demolire l’inganno. Non per “completare” il maschile, ma per smontarne il mito.

 

Non serve recuperare il grembo: serve detronizzare il verbo.

Non per equilibrio, ma per giustizia.

Non per parità, ma per memoria.

Perché la creazione non ha mai avuto bisogno di farsi Padre.

E il mondo ha sempre saputo chi ha davvero dato origine a tutto.

 

Marija GimbutasThe Language of the Goddess (1989)

Gerda LernerThe Creation of Patriarchy (1986)

Riane EislerThe Chalice and the Blade (1987)

EsiodoTeogonia (VIII sec. a.C.)

Enuma Elish, mito babilonese (XVII sec. a.C. circa)

PlatoneTimeo (IV sec. a.C.)

AristoteleDe Generatione Animalium (IV sec. a.C.)

TertullianoDe Cultu Feminarum (II-III sec. d.C.)

Agostino d’IpponaDe Civitate Dei e Confessiones (IV-V sec. d.C.)

Heinrich Kramer e Jacob SprengerMalleus Maleficarum (1486)

René DescartesMeditationes de prima philosophia (1641)

Jean-Jacques RousseauÉmile ou de l’éducation (1762)

Simone de BeauvoirLe deuxième sexe (1949)

Luce IrigaraySpeculum. L’altra donna (1974)

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