La generazione di mezzo che nessuno racconta (e che, tutto sommato, se l’è cavata)
- Lidia Bonomi

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 4 min
Crescere da millennials ha significato imparare molto presto a ridimensionare le aspettative. Non come una lezione dichiarata, ma come una verità implicita: il lavoro non si trova, e quando si trova non basta. Era normale. Così come era normale lavorare gratis almeno una volta, accettare stage su stage e considerare un rimborso spese di 600 euro come una piccola vittoria personale. Non era sfruttamento, ci dicevano. Era esperienza.
E allora si faceva tutto. Si lavorava di giorno, di sera, nei weekend. Si studiava ancora, perché la laurea non bastava e nemmeno quella dopo sembrava sufficiente. Si imparava l’inglese, perché senza non eri nessuno, e si accumulavano competenze come fossero monete in una valuta che continuava a svalutarsi. Nel frattempo l’economia arrancava, e a noi veniva chiesto di “fare la gavetta”, come se fosse un rito inevitabile.
Abbiamo anche imparato a reinventarci. A cambiare strada senza chiamarlo fallimento, a rimetterci in discussione più volte, spesso senza una mappa. Abbiamo fatto lavori che non esistevano quando eravamo bambini, e altri che nel frattempo sono scomparsi. In mezzo a tutto questo, abbiamo sviluppato una flessibilità che non è solo adattamento: è immaginazione applicata alla realtà.
Ok. L’abbiamo fatto.
E, a sorpresa, non è stato tutto da buttare.
Perché dentro quella fatica ci siamo anche divertiti. Abbiamo vissuto un momento irripetibile, sospeso tra un mondo analogico e uno digitale. Da bambini non avevamo il telefono: al massimo squillava quello fisso in casa e qualcuno urlava il tuo nome dalla cucina, chiedendoti di fare in fretta perché bisognava chiamare la nonna alle 8. Da adulti, invece, ci siamo ritrovati con lo smartwatch al polso che ci dice quanti passi facciamo e quanto dormiamo (male).
Abbiamo visto nascere tutto: internet, i social, le chat, le videochiamate. Siamo stati cavie, ma anche pionieri. Non ci è stato insegnato come usare la tecnologia: l’abbiamo capita mentre prendeva forma. Abbiamo sbagliato per primi, esagerato per primi, imparato per primi. E forse anche per questo oggi la guardiamo con un misto di familiarità e distanza.
E poi abbiamo viaggiato. Con niente in tasca ma con una leggerezza che oggi sembra fantascienza. I voli a due centesimi (sì, proprio quelli di una Ryanair degli anni d’oro), le tratte improbabili, gli aeroporti vissuti come stazioni degli autobus. L’Erasmus non era solo un’esperienza formativa: era quasi un passaggio obbligato per capire chi eravamo. E, a pensarci bene, meno male.
Siamo cresciuti con storie che ci hanno fatto compagnia e, in qualche modo, ci hanno insegnato a stare al mondo. Le amicizie di Friends, i drammi esistenziali di Dawson’s Creek. Non erano solo serie tv: erano punti di riferimento, modelli, rifugi.
Nel frattempo siamo rimasti un po’ incastrati. Tra genitori cresciuti nel dopoguerra, figli a loro volta di traumi mai davvero elaborati, e un’idea diffusa che andare dallo psicologo fosse qualcosa da evitare, quasi una colpa. Quei traumi non sono mai stati affrontati davvero: sono stati tramandati. E noi ci siamo trovati a doverli riconoscere, nominare e, spesso, affrontare in terapia.
Allo stesso tempo siamo cresciuti in un clima culturale che oggi sembra lontanissimo. In un’Italia in cui certe narrazioni erano mainstream, in cui ci veniva raccontato cosa fosse “normale” e cosa no. In cui figure politiche come Umberto Bossi provavano a semplificare il mondo in categorie “noi” e “loro”, dove l’unica diversità accettabile era quella delle zanzare della Pianura Padana.
Pace all’anima sua.
Eppure eccoci qui. Parte di quella “30-something gang” (per citare il revival di Una mamma per amica) in cui ci siamo, forse un po’ troppo, riconosciuti.
Ci avevano raccontato una vita lineare: lavoro stabile, casa, matrimonio, figli. La realtà è stata più… creativa. Non ci sposiamo sempre, o non lo facciamo nei tempi stabiliti dalle generazioni precedenti. I figli li abbiamo immaginati, desiderati, rimandati. A volte li abbiamo avuti, a volte no. Non per egoismo, ma perché la vita, così com’è strutturata oggi, richiede un equilibrio che abbiamo solo appena iniziato a trovare. Abbiamo anche cambiato idea su cosa significhi “avere successo”. Non è più solo una traiettoria lineare o un obiettivo da raggiungere entro una certa età. È diventato qualcosa di più personale, a volte meno visibile: equilibrio, tempo, libertà, senso. Non sempre sappiamo se ci stiamo riuscendo, ma almeno abbiamo smesso di misurarci solo con i parametri degli altri.
E sì, ogni tanto ci sentiamo dire che “un modo si trova”. Ma la verità è che noi quel modo lo abbiamo trovato continuamente. Siamo stati resilienti attraverso gli anni: guerre, crisi economiche, l’11 settembre, crisi politiche, pandemie, nuove guerre. Per questo le scelte che facciamo oggi sono forse più pensate, più razionali, più reali.
Nonostante tutto, però, non siamo diventati cinici. Le nuove generazioni ci piacciono davvero. Hanno un coraggio che riconosciamo e ammiriamo. Parlano apertamente di identità, difendono l’ambiente, costruiscono comunità inclusive. Sono, in molti casi, quello che avremmo voluto essere noi e forse anche ciò che abbiamo contribuito, nel nostro piccolo, a rendere possibile.
Ci sentiamo più vicini a loro che a chi è venuto prima. Perché quella confusione, quella ricerca di identità, quel bisogno di capire chi si è… lo conosciamo bene. Solo che noi non avevamo gli strumenti per parlarne.
La verità è che siamo una generazione di mezzo, sì. Ma non nel senso di “persa”.
Siamo una generazione di passaggio che ha visto due mondi e ha imparato a stare in entrambi. Abbiamo tenuto insieme i pezzi mentre tutto cambiava e, nel farlo, abbiamo costruito qualcosa che forse non è perfetto, ma è reale. E soprattutto è nostro.
E forse il nostro lato più luminoso è proprio questo: la capacità di adattarci senza perderci del tutto, di affrontare anche ciò che non era nostro, i traumi, le aspettative, i silenzi, e tradurre tutto nella lingua di oggi.
Non siamo la generazione che ha avuto tutto facile. Ma siamo quella che, nonostante tutto, ha trovato il modo di andare avanti. E, sorprendentemente, anche di godersela lungo la strada.




