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La festa della mamma oltre la retorica di genere e di difesa della famiglia tradizionale

Tra qualche giorno, celebreremo la festa della mamma.

 

È una festa antica, greco-romana, legata alla primavera, al rigoglio della Natura, alla fertilità della Terra e alle dee che la rappresentavano. Già nei primi secoli della cristianità, maggio fu dedicato al culto mariano, che si sovrappose a quello delle precedenti divinità femminili. In Italia, fu poi il Regime a introdurre la festa della mamma, recuperando ed enfatizzando l’elemento pagano della fecondità, nel 1933. La tradizione dura tutt’oggi, con una connotazione prettamente commerciale. 

hosnysalah
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Negli ultimi mesi, come molti, sono rimasta molto scossa dalle numerose immagini di madri che provengono da Gaza, dalla Cisgiordania, dall’Iran, dal Libano… mai come quest’anno mi pare ipocrita celebrare la maternità, in un mondo che sembra ormai incapace di custodire e proteggere la vita.

 

A un certo punto dell’infanzia, la mia secondogenita ha avuto un problema di salute, per inquadrare il quale sono stati necessari molti esami e molto tempo. Ero davvero preoccupata in quel periodo. Ricordo che, in estate, io e la mia famiglia andammo in Savoia, dove visitammo l’abbazia di Hautecombe, famosa in quanto vi sono sepolti i “nostri” reali. All’interno della chiesa, mi colpirono un dipinto dell’Annunciazione e una scultura della Pietà: nel particolare stato d’animo in cui mi trovavo (e al di là di qualunque implicazione religiosa) riflettei che racchiudessero l’essenza stessa dell’essere madre (più correttamente, dell’essere genitore), cioè accogliere un’altra vita così com’è, accogliere ciò che il Destino ha in serbo per lei, amare profondamente un’identità che non ci appartiene, che ci capita di non comprendere fino in fondo, vederla ferita e, spesso, essere impotenti di fronte alla sua sofferenza, cui possiamo opporre soltanto la nostra disarmata presenza. Comprai persino due cartoline raffiguranti quelle opere, per ricordarmi che i sentimenti che provavo in quel momento – e che avrei provato in futuro – erano antichi come il mondo, legavano tra loro i genitori di tutti i tempi. Ho realizzato in quell’occasione che serve forza per prendere per mano una piccola vita.

 

Per lo più, per le donne della mia generazione, la maternità non era tanto una scelta, quanto il compimento più o meno consapevole di un dovere biologico e sociale. Non sono sicura che avrei avuto dei figli, se avessi capito prima quanto coraggio richieda accompagnarli nella vita. È anche vero che, un paio di decenni fa, il mondo sembrava orientato verso il progresso dei diritti di tutti, la gente era meno sola.

 

Nel nostro meraviglioso Paese, sempre più spesso, le donne scelgono di non essere madri. C’è chi dice che sia una decisione egoistica, ma io ne dubito. Conosco donne e uomini meravigliosi che non hanno bambini perché avvertono chiaramente che non potrebbero proteggerli come vorrebbero, perché sentono la maternità o la paternità come una responsabilità immensa. Guardiamoci attorno. La famiglia tradizionale frana, il che è positivo per molti aspetti, ma la famiglia tradizionale è anche stata, di fatto, un prezioso supporto per la crescita dei figli. Soprattutto, è venuta meno la cosiddetta comunità educante, quel principio per cui i figli sono una faccenda di tutta la Comunità, non solo delle relative famiglie. Lo Stato Sociale vacilla sotto il peso delle teorie neoliberiste e dei conti pubblici sempre più in negativo, il Pianeta soffre, senza che le politiche ambientali siano in grado di arginare la crisi, i Governi risolvono le questioni internazionali a suon di bombe. È difficile scommettere sulla vita in queste condizioni di pericolo e solitudine.

 

Inutile la retorica sulle madri che ci propineranno anche quest’anno. Il nostro mondo sceglie di non proteggere la vita, al di là di qualche denaro sporadicamente elargito per invogliare le giovani donne a fare figli.

 

La retorica tradizionale, cara al nostro governo, definisce le mamme un monumento all'amore, alla dedizione e alla disponibilità (così Giorgia Meloni l’11 maggio dello scorso anno), come se essere madri ci qualificasse come esseri umani e facesse di noi, ipso facto, delle eroine domestiche, i famosi angeli del focolare. Mistificazione evidente.

 

Non c’è nulla di eroico nella storia di Marziye Jangichi Minabi, una signora iraniana che ha dovuto andare a recuperare il corpicino del suo bimbo tra le macerie della scuola che frequentava: il suo è piuttosto un racconto dell’orrore. Le madri non dovrebbero perdere i propri figli in naufragi evitabili, se solo la Comunità Internazionale si facesse carico delle gravi difficoltà in cui versa buona parte della popolazione mondiale. Né, del resto, le donne dovrebbero essere messe nella condizione di trasformarsi in eroine (in questo caso il vocabolo è pertinente) per salvare i propri nati dalle bombe, com’è accaduto troppe volte a Gaza o in Libano.

 

L’ho scritto prima: maternità è accoglienza e comprensione. E accoglienza e comprensione dovrebbero portare alla solidarietà anche su un piano sociale e politico.

 

Il mio augurio è che chi decanta la maternità come pilastro della società possa comprenderlo… e agire di conseguenza.

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