L’UE vaso di coccio tra vasi di ferro
- Agnese Litti

- 16 ore fa
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«Nemo profeta in patria».
Probabilmente Mario Draghi ed Enrico Letta lo hanno pensato più volte ieri, camminando nei corridoi del castello di Alden Biesen, uno dei tanti che punteggiano il Belgio.
Draghi e Letta non sono soltanto due ex Presidenti del Consiglio.
Sono due figure centrali della politica italiana ed europea. Due immagini di quell’impegno civile che, negli ultimi anni, sembra essersi dissolto. Entrambi consulenti della Presidente von der Leyen, entrambi firmatari dei due rapporti più letti e discussi nella Brussels bubble.
Due testi che, da angolazioni diverse, pongono la stessa domanda di fondo: l’Europa vuole continuare ad esistere?
Perché per farlo servirebbe scardinare le sue dinamiche di paura e autoreferenzialità. Servirebbe diventare altro.
Parole che disturbano la politesse della politica europea.
Parole scomode. Coraggio. Visione. Futuro.
Il sugo, per dirla come Manzoni, è semplice e brutale: l’Europa è diventata il vaso di terracotta tra vasi di ferro.
E i vasi di ferro sono molti. Hanno posture diverse, economie diverse, ambizioni diverse. E soprattutto non hanno paura.
Come osserva con lucidità Dario Fabbri, la differenza si riduce a due elementi essenziali: gli altri sono Paesi giovani, demograficamente e talvolta anche costitutivamente, e vivono dentro la Storia. L’Europa, invece, si è rifugiata nella Post-Storia, rifiutando il confronto col presente.
L’Unione continua a muoversi dentro un’idea messianica, hippie e post-global: quella secondo cui tutto, prima o poi, si risolve con la diplomazia. È questa visione che l’ha portata a rinunciare, nei fatti, a una politica estera comune. Non a caso esistono i Commissari, mentre la politica estera è affidata a un Alto rappresentante dai poteri incerti e inevitabilmente subordinati.
La verità è nota a tutti: nessun Paese europeo è disposto a cedere sovranità nazionale.
E allora l’Unione sublima.
Trasforma la propria irrilevanza geopolitica in una presunta centralità commerciale. Per almeno quindici anni questo è stato il dogma: il soft power europeo passa dal commercio.
Ma quel modello oggi si sta sgretolando.
I primati europei esistono ancora, ma sono sempre più fragili. I Rapporti Draghi e Letta lo dicono chiaramente: mancanza di una visione industriale, avversione al rischio, ipertrofia burocratica, un mercato unico che applica le stesse regole in ventisette modi diversi.
Il risultato è evidente.
In un continente che invecchia, con scarso accesso ai capitali, regolamentazione rigida, poche materie prime e una dipendenza strutturale dall’energia importata, stiamo rinunciando all’unico vero strumento di potere rimasto: il commercio. Che non è un dogma ideologico, ma lavoro, crescita, futuro.
E oggi non siamo più nelle condizioni di competere.
Il caso dell’automotive è emblematico. Fino a pochi anni fa era il primo settore manifatturiero europeo. È stato progressivamente delocalizzato, sacrificato a fusioni costruite nel nome della libertà di mercato, non di una strategia industriale e politica. Il baricentro decisionale si è spostato altrove. E non è un’eccezione.
Come ricorda l’Antwerp Declaration Monitoring Framework Report pubblicato questa settimana, molti comparti industriali europei sono oggi in crisi.
L’incontro tra Draghi e Letta, sotto un cielo grigio affollato di funzionari in doppio petto – come in un quadro di Golconda – non è l’ennesima wake-up call.
È qualcosa di diverso. È una frattura.
È insieme un canto del cigno e l’ultimo appello d’amore a un’Europa diversa. Un’Europa capace di scegliere. Un’ Europa del cambiamento.
Non so quale memoria conserveranno le mura rinascimentali del castello scelto per questo retreat.
So solo che, se vogliamo continuare a esistere, dobbiamo tornare a guardare avanti.
Perché il rischio, oggi, non è cambiare.
È restare per sempre chiusi in un libro di storia.






