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La pace giusta, la pace perpetua, la pace possibile

Si vis pace para bellum. La citazione latina di dubbia attribuzione a Flavio Vegezio e altri autori latini è tornata di moda per giustificare il riarmo europeo come strumento di deterrenza. Ora, utilizzare le citazioni dotte per sostenere le proprie tesi può essere un’arma a doppio taglio. Per le citazioni funziona un po’ come per i proverbi: una perla di saggezza è puntualmente confutata da un’altra dal significato opposto. Così, se la presidente del consiglio Meloni cita Vegezio, io preferisco trarre ispirazione dal pensiero di Immanuel Kant. Nel suo saggio Per la pace perpetua afferma che dovrebbero scomparire gli eserciti professionali permanenti, che per loro natura minacciano la realizzazione e il mantenimento della pace. Proprio l’opposto della citazione latina e della convinzione della presidente del consiglio condivisa con molti leader europei.

U.S. Army photo by Maj. Robert Fellingham, Public domain, via Wikimedia Commons
U.S. Army photo by Maj. Robert Fellingham, Public domain, via Wikimedia Commons

Kant si occupò del tema del pacifismo in questo breve trattato scritto in tarda età. L’obiettivo del suo ragionamento non era una pace qualsiasi, una cessazione temporanea delle ostilità, ma uno stato permanente di assenza di conflitti armati e dei motivi che li provocano. Chiaramente un’utopia, ma certe idee archetipiche possono fungere da guida verso cui tendere concretamente nel migliore dei modi possibili.


Tuttavia il saggio di Kant ci può dare moltissimi spunti concreti per sostenere le tesi pacifiste. Tra l’altro alcuni dei suoi punti si sono in parte realizzati, come è successo con l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nell’immediato dopoguerra.


Tornando al tema della deterrenza, la dismissione degli eserciti permanenti è palesemente irrealizzabile allo stato delle cose attuale. Il pensiero di Kant può essere rivisto in un più realistico piano di disarmo. Un’idea alternativa al pensiero comune delle élite al potere che spacciano il riarmo come uno stato di necessità.


Questa posizione alternativa non è valida solo a livello teorico, è supportata anche dai tanti riscontri empirici che ci offre la storia. Forse ci siamo dimenticati come i due grandi conflitti mondiali che hanno devastato soprattutto l’Europa (quindi non ci sono proprio scuse, vista l’esperienza pregressa) siano stati preceduti da un periodo di riarmo e sospetto reciproco? Se le due guerre mondiali sono un monito eloquente, i sostenitori della deterrenza potrebbero ribattere come abbia funzionato durante la Guerra Fredda. Ma se vogliamo andare a fondo su quest’ultima tesi, dovremmo anche ricordare che la Guerra Fredda e il riarmo delle due superpotenze abbiano funzionato come deterrente solo in Europa e non nel resto del mondo. Inoltre, un conflitto diretto tra le due superpotenze si è evitato probabilmente perché erano le armi nucleari, con il rischio della distruzione totale reciproca, lo strumento che garantiva la deterrenza. Insomma, un equilibrio precario su cui qualsiasi persona ragionevole non dovrebbe farci troppo affidamento.


Tra l’altro non dobbiamo dimenticare che l’attuale piano di riarmo europeo è affidato agli stati nazionali in previsione di un nemico a est come la Russia. Oltre ad essere altamente inefficiente, siamo sicuri che questa sarà la situazione geopolitica futura permanente? Oppure che la Francia vedrà sempre con favore il riarmo della Germania? A mio parere questa prospettiva della militarizzazione dell’Europa apre scenari inquietanti.


Ma non è solo sulla questione del riarmo che il saggio di Kant può darci spunti utili di riflessione. A dir il vero può darne moltissimi, ma vorrei porre l’attenzione su uno dei punti che il filosofo prussiano pone come indispensabili per il raggiungimento e la conservazione della pace: la soluzione definitiva di tutte le controversie in maniera che nessuno abbia più recriminazioni in futuro. Questo lo trovo un punto cruciale e, da un certo punto di vista, anche idealistico come la dismissione degli eserciti permanenti. Ma per quanto idealistico, è difficile confutare questa tesi kantiana che, se fosse messa in atto, otterrebbe sicuramente l’obiettivo voluto.


Purtroppo si fa fatica a trovare nella storia una pace che abbia queste caratteristiche. Quasi sempre si è trattato di imporre delle condizioni ai perdenti di un conflitto, spesso lasciando irrisolti i problemi. Il caso della Pace di Versailles è significativo, perché è il più evidente in quanto ha posto le basi per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ma anche le paci che hanno posto fine alle guerre nei Balcani hanno lasciato molti problemi irrisolti in una regione dove la semplice divisione per stati nazionali con i loro confini non riesce a dar conto della mescolanza di etnie.


Così è difficile paragonare la pace giusta e duratura di cui parlano i leader europei con la pace perpetua di Kant. Stesso discorso naturalmente per quella a cui pensano i russi. Sono dell’idea che per pacificare davvero la regione e l’Europa intera ci vorrebbero soluzioni radicali e coraggiose, come rivedere il sistema di alleanze e di difesa dell’Europa tutta, superando lo schieramento in blocchi contrapposti. Soluzioni radicali per risolvere i problemi una volta per tutte senza lasciare recriminazioni. L’assetto attuale purtroppo assomiglia sempre di più alla situazione politica antecedente alla Prima Guerra Mondiale.


L’opera di Kant può apparire difficile da applicare e ad alcuni sembrare anche fuori dalla realtà, soprattutto in questo periodo di revival militaristico. Tra l’altro alcune sue proposte hanno anche dimostrato di non funzionare più di tanto, come l’idea che uno stato repubblicano sia per sua natura più propenso alla pace. Ma, visto che i nostri leader cianciano della superiorità della cultura occidentale, almeno andassero a leggere con attenzione le opere per cui andare fieri di questa nostra cultura.

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