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L’armonia del consenso: la musica come dispositivo ontologico dei totalitarismi


«La musica è uno dei mezzi più potenti per influenzare le masse.»

Joseph Goebbels



Una banda con le trombe e le divise militari suona per le strade tra incendi e chaos
Immagine realizzata da Nadia de Cristofaro con AI

Vi è, nell’arte musicale, una potenza che eccede l’estetico e lambisce l’ontologico. Essa non si limita a ornare il mondo, ma lo dispone; non descrive l’ordine, ma lo plasma sapientemente. Non accompagna la comunità ma, ordinatamente, la costituisce.


Orbene, nella riflessione filosofica del ‘900, i regimi totalitari, non solo forma estrema di autoritarismo, appaiono estetizzazione della politica, tentativo di rifondazione dell’essere in cui la musica cessa in quanto arte autonoma per divenire possente dispositivo ontologico e sociale, non semplice strumento di propaganda, ma architettura invisibile dell’anima collettiva, capace di plasmare la percezione del tempo, del corpo e dell’esteriorità.


Già nell’antichità classica, nella Repubblica platonica, essa è paideía, disciplina del sentire, tessitura di armonia e ritmo che, insinuandosi nell’intimo dell’anima, vi imprime, silenziosamente, forma. L’ordine politico è proiezione istituzionale dell’ordine morale e governare i suoni, mutandone modi e tonalità, equivale a governare le disposizioni interiori, mutare le leggi civiche a partire dal registro affettivo, là dove originano e attecchiscono le più grandi riforme normative. Secoli più tardi, nel Leviatano di Thomas Hobbes, lo Stato assume le sembianze di un grande corpo artificiale: una vigorosa, mostruosa macchina di consenso che armonizza passioni e timori in un ritmo sincrono e sovrano, in un’anatomia del potere in cui la musica, tra gli organi più efficaci, regola, con battito comune, la vita della moltitudine.


Studi sull’entrainment neurale, in ricerche neuroscientifiche contemporanee, confermano che il ritmo, specie in contesti ritualizzati, allinea i corpi. L’ascolto condiviso di pattern induce coerenza nelle oscillazioni cerebrali, favorendo comportamenti cooperativi; marce, cori, inni, canti di lavoro sono strumenti di sincronizzazione, convergenza fisiologica (battito cardiaco, respirazione, micro-movimenti) che si traduce in unità, in respiro collettivo in cui si attenua la distanza tra io e noi, e l’individuo si percepisce come modulazione di un’unica vibrazione. Non a caso i totalitarismi hanno privilegiato forme musicali — scandite, iterative e dalla rapida memorizzazione — atte ad amplificare il senso di coesione e a ridurre la percezione del diverso, incrementando fiducia reciproca e disponibilità al sacrificio condiviso: un laboratorio di fusione identitaria.


Nella Germania nazista, nell’Unione Sovietica e nell’Italia fascista l’estetica del consenso si alimenta della pedagogia del suono — indissolubilmente legata alla creazione del mito politico — un’arte capace di fondere parola, musica e visione in un’esperienza “liturgica”, strumento di appartenenza o mezzo di esclusione. Una grammatica sonora orientata all’eroismo produttivo e alla celebrazione della collettività in cui le forme musicali performano l’ideale di un tempo lineare, progressivo, trionfale, inscrivendo nell’esperienza sensibile l’idea di un destino comune che sfuma la frontiera tra sfera privata e spazio politico.


L’arte musicale suscita affezioni, modellando attesa e risoluzione, generando una teleologia emotiva traducibile in teleologia politica. Eleva o soggioga, emancipa o uniforma, aggirando la critica, insinuandosi come evidenza affettiva: un’ambivalenza che la rende particolarmente adatta ai regimi di mobilitazione totale in cui ogni crescendo attende un’acme, ogni cadenza un ordine ristabilito.


Nei totalitarismi, l’armonia non è metafora, ma modello, piegato a costruire un consenso che si assimila ad accordo consonante, perfetto. La polifonia autentica — che implica autonomia delle parti — è sostituita da un unisono imponente, che tollera la dissonanza se funzionale al tema dominante. Ordinamento dell’essere, comunità resa udibile, essa agisce sulle opinioni come sul modo stesso in cui l’essere viene esperito. Ed è proprio qui che riposa la lezione critica dell’armonia dissonante. Architettura dell’anima collettiva, l’arte musicale può assurgere a spazio di resistenza: luogo in cui il dissonante rivendica diritto di cittadinanza e l’improvvisazione sottrae il tempo alla pianificazione ideologica, conducendo a una più acuta e vivida consapevolezza della sua potenza.

 

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