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L'Anpi bacchetta La Russa sul MSI

Durante le festività il video pubblicato sui social dal presidente del Senato Ignazio La Russa, dedicato alla nascita del Movimento Sociale Italiano, ha aperto una polemica che ha scosso e indignato parte della scena politica italiana. Non si è trattato di una semplice rievocazione del passato, ma di un atto politico compiuto dalla seconda carica dello Stato, e proprio questo rende il contenuto particolarmente delicato.

Nel filmato La Russa racconta il 1946 come l’anno in cui un gruppo di uomini, “sconfitti dalla storia”, avrebbe scelto di accettare la democrazia e guardare al futuro. Una ricostruzione che tralascia un punto a mio avviso fondamentale: il Msi nasce come erede diretto dell’esperienza fascista, raccogliendo dirigenti e militanti provenienti dalla Repubblica di Salò. Non fu un partito qualsiasi del dopoguerra, ma lo spazio politico in cui il fascismo sopravvisse e si riorganizzò all’interno del sistema democratico.


Ancor più problematico per me è il riferimento alla fiamma tricolore, descritta come simbolo di amore, continuità e resilienza. Quel simbolo porta con sé un’eredità precisa, legata al regime e alla violenza che lo ha sostenuto. Presentarlo in una chiave emotiva e positiva significa attenuare il peso storico e contribuire a una sua progressiva normalizzazione.


Le reazioni dell’Anpi, del Partito democratico e di Alleanza Verdi-Sinistra non sono tardate ad arrivare. Non sono state solo espressioni di polemica rituale, ma il segnale di un disagio profondo. Quando l’Anpi parla di apologia e dal Pd si denuncia una “postura orgogliosamente nostalgica”, si pone in evidenza proprio il rapporto irrisolto con il fascismo repubblichino, che continua a riaffiorare nel discorso pubblico.


Penso che il problema non sia solo ciò che viene detto, ma chi lo dice. Se la seconda carica dello Stato può raccontare il neofascismo come una storia di dignità e amore per l’Italia, il confine tracciato dalla Costituzione antifascista rischia di indebolirsi. Non per distrazione, ma per una scelta consapevole di linguaggio e di memoria.


La democrazia italiana nasce dalla sconfitta del fascismo e dal sacrificio della Resistenza. È un dato fondativo, non una posizione ideologica. Chi ricopre ruoli istituzionali di vertice ha la responsabilità di custodire questa eredità, non di rileggerla in modo indulgente. Perché quando la nostalgia entra nei palazzi dello Stato, smette di essere un’opinione personale e diventa un atto politico e, a oggi, non possiamo più tollerare le continue minacce all'integrità della Democrazia del nostro Paese.

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