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Giuseppe Impastato, per tutti e per sempre Peppino

Il 9 maggio è diventato il giorno in cui fermarsi, ovunque ci si trovi, e gridare a squarciagola “LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA!”.

Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel sole. Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il cuore della nebbia – Peppino Impastato - Obi from ROMA, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel sole. Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il cuore della nebbia – Peppino Impastato - Obi from ROMACC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Per quanto adesso ci si sia assuefatti ad ogni bizzarria, i gesti compiuti da Peppino Impastato al culmine degli anni ‘70 sono certamente gli atti più folli che il figlio di una famiglia immersa nella cultura mafiosa potesse compiere. Per di più, in un paesello dove tutti si conoscono sin da piccoli, condividono l’acciottolato delle strade, le panchine nelle piazze assolate e bevono il caffè dalle stesse tazzine “zù Tano Badalamenti”.


Da quando Peppino Impastato è diventato un’icona pop grazie al celebre “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, questa ricorrenza ha smesso di essere ricordata solo per il tragico ritrovamento del corpo di Moro (e la fine violenta del compromesso storico). Il 9 maggio ha tratto via dall’ombra e dalla menzogna l’attività di un giovane comunista, un oppositore della malavita, un entusiasta esponente della resistenza culturale di una Sicilia sotto assedio della mafia, un giornalista, uno speaker radiofonico che ha pagato con la vita il coraggio di gridare.


Gridava Peppino. Denunciava con ogni mezzo a disposizione, “prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”. Forse, amaramente, aveva già intravisto il salto di qualità della mafia, quella che smette di sparare per scivolare nelle crepe della giustizia, finendo per marcire le fondamenta dello Stato. Infiltrazione che ammuffisce, infetta l’aria, rende le abitazioni inospitali prima di farle crollare.


Oggi, in fondo, viviamo in una società che di fatto si è abituata alla corruzione, che non si sorprende (né si indigna più di tanto) per inchieste, arresti, scarcerazioni, prescrizioni brevi, leggi ad personam, depenalizzazione di reati amministrativi… Attacchi alla magistratura. Siamo abituati alle loro facce perché sono sempre là ad abbrutire un’istituzione che è diventata meno efficace nell’isolare le parti malate.


Per questo Peppino faceva paura ai suoi stessi amici, a chi credeva in lui, a chi doveva tutelare l’ordine e la legge, ma che in realtà voleva solo mantenere lo status quo. Perché gridava. Peppino gridava contro i potenti per svelare una realtà orribile che altri non volevano ammettere. Perché sarebbe stato orribile farlo e continuare a vivere lì, ogni giorno, camminando a cento passi da chi li sommergeva con quella “montagna di merda”.


Oggi la mafia non spara più, i mafiosi non sono quelli della “punciuta” o della litania di Osso, Malosso e Carcagnosso… Oggi sono i nipoti laureati dei “galantuomini”, stilano i progetti, mettono le mani sugli appalti, entrano in politica e stabiliscono chi debba vincere le gare e spartirsi le commesse pubbliche. Sono quelli che hanno fuso Stato e Anti-Stato in un aberrante e fetido ibrido che manda a morte i cittadini per bene perché gli ospedali chiudono, i piloni delle autostrade cedono sul cemento scadente o sui bulloni marci, perché proprio “quel” cantiere non doveva essere controllato.


Anche se non formalmente affiliati, oggi i gruppi di affari operano secondo le modalità apprese da qualche frequentazione ben addentro il gioco o dalle inchieste stesse. Si intimidiscono, si isolano le voci fuori dal coro, magari si fa sentire un bersaglio addosso a quelle persone e ai loro cari, li si minaccia con una causa legale pur di zittirle.


Peppino Impastato è morto ammazzato dalla cosca di Tano Badalamenti il 9 maggio 1978. L’hanno fatto saltare in aria sui binari del treno per far credere che fosse un terrorista. Oggi hanno fallito definitivamente. La sua memoria è viva a dispetto di quello che si può pensare o vedere. È viva nei processi, nelle condanne, è viva nella resistenza dei giovani che non mollano, non si piegano, di quegli imprenditori che rifiutano il pizzo, nelle mani di quei criminali che non vogliono più obbedire e si ribellano al sistema pur non avendo mai sentito parlare di quel tale siciliano, di Radio Aut, dei film o altro.


Perché Peppino Impastato è diventato lo spirito di una terra, l’essenza di chi quella montagna di merda la vuole sovrastare e guardare oltre le ingiustizie, non importa quanto grandi possano essere. E come spirito, lo troveremo per sempre, ovunque vorremo gridare per la libertà.

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