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Fine del Far West Digitale: perché la scommessa di Sánchez è una battaglia di civiltà

Per anni abbiamo guardato agli smartphone e ai social network come a innocui strumenti di connessione, ignorando i segnali di una crisi sociale e psicologica che covava sotto la superficie. Ieri, il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di rompere gli indugi, dichiarando ufficialmente "guerra" a quel Far West digitale che ha trasformato l’infanzia e l’adolescenza in un esperimento di massa non autorizzato. La sua proposta di vietare l’accesso ai social ai minori di 16 anni non è un atto di censura, come vorrebbe far credere chi dal caos trae profitto, ma un necessario atto di protezione della salute pubblica.

Pedro Sánchez Pérez-Castejón - Ministry of the Presidency. Government of Spain (Attribution or Attribution), via Wikimedia Commons
Pedro Sánchez Pérez-Castejón - Ministry of the Presidency. Government of Spain (Attribution or Attribution), via Wikimedia Commons

Il nucleo del problema risiede nell'asimmetria di potere tra colossi tecnologici e cittadini. Come sottolineato dai recenti fatti di cronaca e dai dati scientifici, gli algoritmi sono progettati per creare dipendenza, massimizzare il tempo di permanenza e, troppo spesso, amplificare contenuti tossici. Dalla disinformazione alla polarizzazione estrema, fino alla mercificazione dei dati personali dei più giovani, lo spazio digitale è diventato un territorio ostile. Sánchez ha ragione: non si può più accettare che il profitto di pochi venga costruito sulla fragilità psicologica dei nostri figli. Alzare il limite a 16 anni significa restituire agli adolescenti il diritto a una crescita protetta, libera dalle pressioni estetiche e sociali deformate dai filtri di Instagram o dai loop ipnotici di TikTok.


La reazione di Elon Musk, che bolla queste misure come "censura", rivela la natura del conflitto in corso. Da una parte c'è una visione del web come zona franca, dove la libertà di espressione viene confusa con la libertà di inquinare il dibattito pubblico e danneggiare i minori senza conseguenze. Dall'altra, c'è l'idea che la democrazia debba difendere i suoi membri più vulnerabili. La "guerra" di Sánchez è una risposta necessaria a chi, come Musk, vorrebbe un mondo digitale privo di regole, dove la forza dell'algoritmo prevale sulla legge dello Stato. Implementare sistemi di verifica dell'età rigorosi non è un limite alla libertà, ma un requisito di sicurezza analogo a quello che impedisce ai minori di acquistare alcol o tabacco nel mondo fisico.


La battaglia della Spagna non può e non deve rimanere isolata. Il "modello Sánchez" si inserisce in una scia già tracciata dall'Australia e discussa in Francia, ma la sua forza risiede nella richiesta di una regolamentazione comune a livello europeo. In un mondo interconnesso, i confini nazionali sono facilmente aggirabili; serve una barriera continentale che imponga alle Big Tech di assumersi le proprie responsabilità. La protezione della salute mentale delle nuove generazioni minacciata da ansia, depressione e disturbi alimentari indotti dai social deve diventare la priorità dell'agenda politica dell'Unione Europea.


Il coraggio di Pedro Sánchez sta nell'aver chiamato le cose con il loro nome: quello attuale è un Far West digitale che non serve ai cittadini, ma ai fatturati dei giganti della Silicon Valley. Limitare l'accesso ai minori di 16 anni e monitorare l'odio online sono passi fondamentali per “bonificare” la rete. Non si tratta di essere "contro il progresso", ma di pretendere che il progresso sia umano, sicuro e rispettoso dei diritti fondamentali. La civiltà si misura dalla capacità di proteggere i propri giovani: è tempo che lo Stato torni a fare lo Stato, da oggi anche e soprattutto online.

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