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Eurovision Song Contest: la manifestazione canora che ormai divide l’Europa

Quest’anno si è svolta a Vienna la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, l’evento pop più visto su scala mondiale, accompagnato però da una lunga scia di polemiche. 

Noam Bettan interpreta Michelle, rappresentando Israele nella finale dell'Eurovision Song Contest 2026 a Vienna - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Noam_Bettan_performing_Michelle,_representing_Israel_in_the_Grand_Final_of_the_2026_Eurovision_Song_Contest_in_Vienna_11.jpg
Noam Bettan interpreta Michelle, rappresentando Israele nella finale dell'Eurovision Song Contest 2026 a Vienna. - Quejaytee / WikiPortraits

La manifestazione, nata nel 1956 sul modello del festival di Sanremo, aveva inizialmente il nobile obiettivo di unire l’Europa e le sue popolazioni sotto il segno della musica. Rappresentò anche un esperimento tecnologico importante per l’epoca, perché fu tra i primi eventi trasmessi in diretta televisiva in eurovisione. Un’altra sfida fondamentale che si proponeva era quella di mantenersi neutrale dal punto di vista politico, in un momento storico segnato da forti divisioni: l’idea di unire paesi e persone per una sera grazie al linguaggio universale della musica. Le nazioni europee partecipanti sono aumentate di anno in anno, a cui si sono aggiunti Israele dal 1973 e Australia dal 2015.

 

Con il passare del tempo, tuttavia, lo spirito originario si è progressivamente affievolito e specialmente negli ultimi anni il festival è stato spesso al centro di polemiche. Le prime sono emerse nel 2022, quando la manifestazione fu ospitata a Torino, e, in seguito all’invasione dell’Ucraina, la Russia fu estromessa dal contest canoro. La decisione fu accolta positivamente dalla comunità internazionale e da molti artisti, pur non mancando qualche voce contraria: secondo alcuni, infatti, la musica dovrebbe restare separata dalla politica e le posizioni politiche degli artisti in gara non coincidono necessariamente con quelle dei rispettivi governi.

 

La polemica più forte, tuttavia, è esplosa a partire dal 2024, da quando cioè Israele ha intensificato la devastazione e la distruzione della Palestina e dei suoi abitanti in seguito agli eventi del 7 ottobre 2023. Se inizialmente una parte dell’opinione pubblica europea è rimasta a osservare senza esporsi troppo, con il tempo la presenza di Israele in manifestazioni internazionali come l’Eurovision è apparsa sempre più problematica fino a diventare oggetto di dure critiche. Su Israele, infatti, gravano l’accusa di genocidio avanzata davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del premier Netanyahu. Quest’anno alcuni Paesi, tra cui la Spagna, hanno boicottato la manifestazione in segno di protesta e alcune emittenti non l’hanno nemmeno trasmessa. Nonostante ciò, per l’organizzazione dell’Eurovision questo non è bastato: Israele non è stato estromesso dalla competizione come chiedevano da più parti da molti Paesi e diversi artisti. Questo doppio standard se paragonato al caso della Russia, ha alimentato ostilità verso Israele e i suoi rappresentati canori, anche se tale contrarietà non si è manifestata in modo evidente durante la competizione stessa. Infatti, nelle ultime quattro edizioni Israele ha sfiorato la vittoria per ben due volte e nelle altre due si è piazzato tra le prime cinque posizioni, un dato che ha suscitato qualche perplessità soprattutto alla luce delle frequenti denunce di un crescente antisemitismo in Europa. Da qui nasce un primo interrogativo: quanto può aver inciso il fatto che il principale sponsor della manifestazione è un’azienda israeliana? Una domanda legittima, che contribuisce ad alimentare i dubbi sulla reale imparzialità del contest.

 

Se davvero si vuole sostenere l’idea di un antisemitismo crescente, allora come si spiega un voto popolare così nettamente favorevole a Israele, nonostante una proposta musicale che molti hanno giudicato piuttosto modesta?

 

Un’inchiesta del New York Times, pubblicata pochi giorni prima dell’inizio del contest, ha portato alla luce alcuni aspetti poco trasparenti della gestione israeliana della manifestazione. Secondo quanto emerso, il Ministero degli Esteri israeliano avrebbe investito circa un milione di dollari in una campagna internazionale per promuovere il voto a favore del proprio rappresentante. A ciò si sarebbe aggiunta una strategia di voto di massa, sostenuta anche da appelli pubblici di esponenti politici, che invitavano gli spettatori a esprimere fino a venti preferenze ciascuno, il numero massimo consentito dal regolamento. L’inchiesta ha inoltre evidenziato una fragilità del sistema di televoto: in diversi Paesi europei sarebbero bastate poche migliaia di voti coordinati per alterare in modo significativo il risultato nazionale, senza neppure ricorrere a bot o attacchi informatici. Secondo il New York Times, l’operazione sarebbe stata pianificata dal governo israeliano con l’obiettivo di utilizzare il festival come strumento di propaganda e di arginare l’isolamento diplomatico legato al conflitto di Gaza. Dopo le criticità emerse, l’EBU (European Broadcasting Union), l’organizzazione che cura la trasmissione dell’evento, ha cercato di intervenire riducendo da venti a dieci il numero massimo di voti esprimibili da ciascun utente. Una misura che, tuttavia, non è bastata a dissipare i dubbi sulla trasparenza del sistema.

 

Va inoltre sottolineato che anche le giurie nazionali, il cui voto incide per il 50% sul risultato finale, hanno premiato Israele quest’anno, collocandolo tra le prime dieci posizioni; il voto popolare, inoltre, pur premiando la Bulgaria, che è riuscita ad aggiudicarsi il trofeo, ha comunque trascinato Israele al secondo posto.

 

Mai come in questa edizione l’opinione pubblica è apparsa divisa, innanzitutto tra chi ha scelto di boicottare la manifestazione e chi, invece, ha continuato a seguirla. Eppure, anche tra gli spettatori favorevoli alla prosecuzione del contest, Israele non figurava affatto tra i candidati più apprezzati, anzi: nei suoi confronti si è spesso manifestato un vero e proprio tifo contrario. Per questo, tra i telespettatori restano numerosi dubbi e il rischio, nei prossimi anni, è che la manifestazione perda ulteriormente attrattiva se non verranno adottati provvedimenti nei confronti di Israele.

 

Se un tempo l’Eurovision era anche il piacere di guardare e commentare artisti eccentrici provenienti da ogni parte d’Europa, canzoni insolite e talvolta quasi incomprensibili, in un’atmosfera da grande festa popolare su scala internazionale, oggi quello spirito sembra essersi completamente smarrito. Più che unire nel segno della musica, l’Eurovision finisce ormai per dividere nel segno della politica.


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