COP31, il Pianeta in bilico: il Cilento al bivio
Ogni anno il mondo si riunisce per discutere del proprio futuro climatico. Dal 9 al 20 novembre, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP31, si terrà ad Antalya, in Turchia, che ospiterà l’evento in partnership con l’Australia, alla quale spetterà il compito di guidare i negoziati, con particolare attenzione alla regione del Pacifico.
Capi di Stato, diplomatici, scienziati, rappresentanti delle organizzazioni internazionali e della società civile si ritroveranno attorno a tavoli negoziali dai quali ci si attende una risposta fondamentale: come conciliare lo sviluppo delle società umane con la salvaguardia degli equilibri naturali?
Per decenni, il benessere è stato identificato soprattutto con l’espansione della produzione, l’aumento dei consumi e il conseguente sfruttamento delle risorse naturali, il tutto «accettato» in cambio di una disponibilità crescente di beni e servizi. Oggi si chiede a questo stesso sistema di ridurre la propria impronta ambientale senza compromettere la prosperità, l’occupazione e le aspettative dei cittadini.
La contraddizione fondamentale è questa: la crisi climatica non ha frontiere ed è globale, mentre le responsabilità, le risorse disponibili e le conseguenze non sono distribuite in maniera omogenea. Questa, credo, sia una delle riflessioni che dovrebbe accompagnare i protagonisti del vertice di Antalya.

I Paesi industrializzati hanno costruito il proprio benessere attraverso uno sfruttamento intensivo delle risorse e, per decenni, hanno contribuito alle emissioni; oggi dispongono dei capitali necessari a finanziare la transizione ecologica. Le nazioni in via di sviluppo, invece, rivendicano il diritto di accrescere la propria ricchezza e di allontanarsi dalla povertà, rifiutando vincoli ambientali percepiti come un freno imposto dall’alto. Il divario non è solo economico, ma rappresenta il principale nodo politico e morale dei negoziati sul clima.
A ciò si aggiungono le tensioni internazionali, che spostano l’attenzione verso la difesa dei confini, le spese militari, gli armamenti e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, relegando le questioni climatiche in secondo piano.
Spostiamo ora lo sguardo dalle sedi del vertice a uno spazio geografico a noi vicino: il Mediterraneo. Per millenni è stato un crocevia di scambi culturali e commerciali, incontri e conflitti: le sue coste hanno visto fiorire grandi civiltà e dato vita a una fitta rete di relazioni attraverso cui si sono diffuse merci, religioni e arti.
Oggi il Mediterraneo risulta essere un’area particolarmente esposta ai rischi climatici, anche per la sua conformazione di bacino semichiuso e per la lentezza del ricambio delle acque. Il surriscaldamento delle acque, la tropicalizzazione, l’acidificazione, l’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera e la perdita di biodiversità rappresentano criticità rilevanti.
In questa prospettiva, le questioni globali assumono una dimensione concreta in un territorio da sempre legato al mare, custode di paesaggi costieri, rilievi, uliveti, vigneti, corsi d’acqua e piccoli centri abitati: il Cilento.
Questo patrimonio, tuttavia, non è invulnerabile: l’aumento delle temperature, la siccità, gli incendi boschivi e gli eventi meteorologici intensi richiedono una gestione lungimirante, capace di coniugare l’uso sostenibile delle risorse con la tutela della biodiversità e la continuità delle attività agricole.
La cura del paesaggio rurale e delle pratiche tradizionali non è soltanto una questione di memoria: contribuisce a mantenere vivo il rapporto tra le comunità e il territorio. La tutela dell’ambiente, infatti, non può prescindere dalle persone che vivono nei borghi cilentani, coltivano la terra e mantengono vive le tradizioni.
Le piccole comunità devono tutelare la propria identità, evitando che il territorio venga piegato alle sole esigenze turistiche ed economiche.
La sfida del Cilento ripropone, su scala ridotta, gli stessi problemi che i governi saranno chiamati ad affrontare ad Antalya. La COP31 avrà senso se riuscirà a far procedere sullo stesso binario due prospettive inseparabili: quella globale degli accordi e quella locale delle responsabilità.





