Chiesa e Massoneria dinanzi alla morte. Ripensare un’incompatibilità
Articolo di Francesco Luigi Gallo
Le recenti decisioni delle diocesi di Roma e Ventimiglia-Sanremo di negare le esequie ecclesiastiche a due uomini appartenenti alla Massoneria hanno riportato nel presente una questione che sembrava consegnata alla storia: il rapporto tra Chiesa cattolica e Libera Muratoria. Non si tratta soltanto di stabilire se una comunità religiosa abbia il diritto di disciplinare i propri riti – diritto che non è in discussione – ma di comprendere quale giudizio sulla persona sia implicito nell’esclusione dall’ultimo gesto con cui la Chiesa accompagna un fedele e lo affida alla misericordia di Dio. Da qui una domanda precisa: la sola appartenenza massonica può giustificare l’applicazione del can. 1184 del Codice di Diritto Canonico?

È una questione sulla quale torno dopo aver dedicato due capitoli di Itinerari massonici (Tipheret, 2026) al rapporto tra Chiesa e Massoneria. La storia del conflitto è nota: dalla In eminenti apostolatus specula di Clemente XII (1738) all’Humanum genus di Leone XIII (1884), fino alla disciplina del Codice del 1917, il giudizio ecclesiastico si è progressivamente consolidato. Nel Novecento, tuttavia, il problema si è spostato dal terreno storico-politico a quello propriamente filosofico. La Conferenza Episcopale Tedesca, dopo il confronto condotto tra il 1974 e il 1980, individuò l’incompatibilità nella concezione massonica della verità, della religione, di Dio e dell’iniziazione. Nel 1983, benché il nuovo Codice non nominasse più espressamente la Massoneria, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, ribadì con la Quaesitum est il giudizio negativo: i principi massonici restavano incompatibili con la fede cattolica e l’adesione a una Loggia poneva il fedele in stato di peccato grave.
È proprio la nozione di incompatibilità, tuttavia, che merita di essere interrogata. Due realtà sono incompatibili non semplicemente perché differenti, ma quando l’affermazione dell’una comporta necessariamente la negazione dell’altra. E qui emerge il problema. La Massoneria non si presenta come una religione: non custodisce una rivelazione, non possiede sacramenti, non annuncia una propria salvezza. Il percorso iniziatico riguarda piuttosto il perfezionamento dell’uomo attraverso il lavoro su di sé, la responsabilità, la conoscenza e la relazione con gli altri. Non è neppure una praeparatio al cristianesimo: i due itinerari rimangono distinti e proprio per questo non devono necessariamente sostituirsi o escludersi.
Alla luce di questa distinzione acquistano un significato diverso anche le principali obiezioni ecclesiastiche. La pluralità delle convinzioni ammessa nella Loggia non coincide necessariamente con il relativismo. Una cosa è sostenere che non esista alcuna verità; altra è non attribuire alla Massoneria il compito istituzionale di determinarne dogmaticamente il contenuto. Il cattolico che entra in Loggia non è chiamato a cessare di essere cattolico: incontra uomini che possono possedere convinzioni differenti dalle sue. La pluralità riguarda le coscienze; il relativismo riguarda lo statuto della verità. Confondere i due piani significa trasformare una modalità di convivenza in una teoria filosofica.
Lo stesso vale per il Grande Architetto dell’Universo. Esso non è il “Dio dei massoni”, ma un riferimento metafisico generalissimo a un principio ordinatore che trascende l’arbitrio individuale. Se possedesse attributi teologici definiti e fosse oggetto di una professione di fede, la Massoneria sarebbe una religione. Il G.A.D.U., invece, non sostituisce né corregge il Dio cristiano: opera su un piano differente. Analogamente, l’iniziazione non può essere assimilata al sacramento per il solo fatto di possedere simboli e rituali. Il sacramento comunica, nella fede cattolica, la grazia; l’iniziazione massonica inaugura un lavoro di trasformazione personale. Non promette salvezza, non cancella il peccato, non sostituisce il Battesimo. La somiglianza formale del rito non implica identità di funzione.
A questo punto il problema filosofico diventa anche antropologico: si può dedurre la coscienza di un uomo dalla sua appartenenza? Il giudizio della Chiesa sulla Massoneria e il giudizio sul singolo massone sono due giudizi differenti. L’appartenenza a una Loggia non dimostra, da sola, che un uomo abbia rinnegato Cristo, rifiutato la rivelazione, sostituito il Dio cristiano con il G.A.D.U. o attribuito all’iniziazione un’efficacia salvifica. Trasferire automaticamente sull’individuo ciò che si attribuisce all’istituzione significa rischiare di ridurre la persona alla sua appartenenza.
È precisamente qui che interviene il can. 1184. La norma contempla, in assenza di segni di pentimento, i notoriamente apostati, eretici o scismatici; chi abbia scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede; e gli «altri peccatori manifesti» ai quali non possano concedersi le esequie senza pubblico scandalo. Ma nessuna di queste qualificazioni coincide testualmente con quella di massone. L’appartenenza massonica non dimostra di per sé apostasia, eresia o scisma; e la categoria del peccatore manifesto richiede ulteriori condizioni. Naturalmente un massone può, nella sua concreta vicenda personale, rientrare in una delle fattispecie previste. Ma una cosa è accertare una condizione nella vita di un uomo; altra è dedurla dalla sua appartenenza.
La questione delle esequie conduce così al punto più profondo del problema. Che cosa, nell’essere massone, rende necessariamente un uomo apostata, eretico, scismatico o peccatore manifesto? Se non è possibile individuare un elemento intrinseco all’appartenenza massonica che produca necessariamente una di queste condizioni, il passaggio dall’affermazione «era massone» alla conclusione «non può ricevere le esequie» cessa di essere evidente.
Non si tratta allora di cancellare le differenze tra Chiesa e Massoneria. Alcune sono profonde e meritano un confronto autentico; persino la critica ecclesiastica all’indifferentismo pone alla cultura massonica una questione seria. Si tratta, piuttosto, di non trasformare la differenza in contraddizione prima di averne dimostrato la necessità, e soprattutto di non trasformare un giudizio sull’appartenenza in un giudizio definitivo sulla persona. Forse è proprio dinanzi alla morte che questa distinzione acquista il suo significato più radicale: due itinerari di comprensione e perfezionamento dell’uomo possono non coincidere senza, per ciò stesso, doversi necessariamente escludere.
Francesco Luigi Gallo è dottore di ricerca in Filosofia summa cum laude presso la Pontificia Università Lateranense e socio corrispondente dell’Accademia Cosentina. Docente specializzato nelle attività di sostegno didattico nella scuola secondaria, è autore di Io per te. Sulla centralità della relazione nei processi educativi (2024; nuova ed. 2026), La terza via dell’inclusione. Relazione, interiorità, cura educativa (Armando Editore, 2026), Itinerari Massonici. Temi e riflessioni della tradizione iniziatica (Tipheret, 2026) nonché di altri volumi e numerosi articoli scientifici in ambito filosofico e pedagogico.
Sito web: www.francescoluigigallo.it





