Abbiamo bisogno di Marx e Spinoza
- Annapia Desiderio

- 12 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min
La bozza delle nuove indicazioni Nazionali per l’insegnamento esclude giganti come Marx e Spinoza dai filosofi consigliati.

A quanto pare, il processo di formazione di masse/greggi è così utile e conveniente che il governo ha deciso di dare indicazioni su come allevare direttamente nelle scuole nuove pecorelle pronte a, citando Freud, “[…] sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone.”
In una società che continua a correre, dedita alla produzione di individui formati per competere ed essere al meglio prestanti, per chi è al “vertice” non è comodo formare le generazioni del futuro con il pensiero di filosofi che potrebbero farli fermare a riflettere sulle strutture della società, non fa comodo che qualcuno possa chiedersi se siano sane le strutture in cui è immerso e se effettivamente esse possano contribuire alla costruzione, per ogni singolo individuo, di una “vita buona”.
Per la Scuola di Francoforte, il concetto di “vita buona” è un ideale critico e politico: è la condizione in cui l’essere umano può finalmente esprimersi in modo libero, autentico e solidale, liberato dalle catene dell’alienazione capitalistica.
Per Marx l’alienazione è, come definita nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, la condizione patologica dell’operaio all’interno del sistema capitalistico in cui il lavoratore perde il controllo sulla propria attività, sul frutto del proprio lavoro e su sé stesso.
Marx è stato tra i primi a capire che il capitalismo ha una necessità intrinseca di velocizzare il tempo: se un capitalista riesce a produrre in metà tempo rispetto ai suoi concorrenti, allora accumula più profitto. Quindi il sistema capitalistico è biologicamente costretto a rivoluzionare continuamente i mezzi di produzione per ridurre i tempi.
Hartmut Rosa, sociologo esponente dell’evoluzione contemporanea della Scuola di Francoforte, interrogandosi su una Teoria Critica del tempo, riprende l’intuizione di Marx e la universalizza: quello che per Marx era un imperativo economico, per Rosa diventa l’imperativo della società intera. Entrambi descrivono un sistema che non può fermarsi perché altrimenti collasserebbe.
Rosa descrive il concetto di “accelerazione sociale”: si tratta di una vera e propria forza strutturale della modernità che trasforma radicalmente il nostro modo di stare al mondo, di relazionarci con gli altri e di percepire il tempo.
Per Marx l’operaio è alienato perché vende il proprio tempo al capitalista. Per Rosa, nella società dell’accelerazione, siamo tutti alienati rispetto al tempo stesso: ci sentiamo costantemente in ritardo, schiacciati da scadenze, incapaci di “abitare” il presente. Dunque, la situazione osservata da Rosa è più complessa: oggi l’accelerazione non è più solo una costrizione imposta da un padrone di fabbrica, ma è stata interiorizzata. Siamo noi stessi a chiederci di essere performanti, veloci, flessibili e sempre connessi. Di conseguenza, serve una rivoluzione più profonda, che sia culturale ed esistenziale. Come propone Rosa, abbiamo bisogno di riscoprire la “risonanza”: un modo di essere nel mondo, una relazione dinamica in cui il soggetto e il mondo si influenzano e si trasformano a vicenda.
La “risonanza” è un cambio radicale di postura esistenziale; essa non si può comprare, pianificare, accumulare o forzare perché è per natura indisponibile. L’alienazione, per Rosa, è una relazione senza relazione; mentre la risonanza è porsi in una condizione di apertura, pronti a lasciarsi sorprendere dall’imprevisto. È rischiosa sì, non possiamo controllarla, ma, per Rosa, la risonanza è la risposta, la cura, l’unica vera alternativa all’alienazione prodotta dall’accelerazione sociale. La “vita buona” si definisce come una vita ricca di “risonanza”.
Per Spinoza, la felicità – o beatitudine – non è un’emozione passeggera, ma uno stato di gioia duratura che si raggiunge quando l’uomo usa la ragione per liberarsi dalla schiavitù delle passioni; essa coincide con il massimo accrescimento della propria potenza di agire e di pensare e culmina nell’ “Amore intellettuale di Dio”: la profonda comprensione intuitiva di essere parte integrante dell’ordine eterno della Natura. La felicità, insomma, è l’accordo perfetto tra la nostra mente e la totalità dell’universo. Dunque, sebbene separati da più di tre secoli, Spinoza e Rosa condividono la stessa identica idea di fondo: la “vita buona” non consiste nel possedere o dominare il mondo, ma nel sintonizzarsi con esso.
In conclusione, a parer mio, escludere filosofi come Marx e Spinoza dalle indicazioni Nazionali per l’insegnamento sarebbe davvero un “disastro culturale”, perché, come abbiamo visto, sono davvero attuali e hanno la capacità di farci fermare a riflettere sul procedere della società. Dunque, il mio invito è di fermarci a riflettere sul valore di indicazioni del genere e di iniziare a far sentire la propria voce perché non possiamo permetterci di restare in silenzio.



