top of page

Oltre il sale di Aristotele: la philía tra stanze padronali e corridoi di passaggio

In tutta la mia vita ho avuto valanghe di amicizie. Chi mi conosce vede una persona estroversa, una di quelle che non fatica a rompere il ghiaccio o a riempire i silenzi, ma questa dote è un’arma a doppio taglio, una sorta di benedizione maledetta che ti spinge ad aprire porte in continuazione senza mai controllare se dietro ci sia davvero una stanza o solo un corridoio di passaggio. Spesso ci raccontiamo che la quantità sia un segno di ricchezza emotiva ma la realtà è che niente di ciò che viviamo è davvero come appare nel momento in cui lo attraversiamo o meglio: lo capiamo sempre dopo, quando ha già cambiato forma.

La mia “casa” emotiva per quasi dieci anni è stata una singola persona, un legame nato tra i banchi dell’asilo e trascinato con la forza dell’abitudine e dell’affetto puro fino alla terza media. Quando quel rapporto si è spezzato non è stata solo la fine di un’amicizia; è stato il crollo di un equilibrio che senza accorgermene avevo scambiato per qualcosa di stabile. Anche se col tempo ho smesso di pensare che ogni cosa debba per forza avere una lezione precisa o una “punizione” nascosta, a volte le cose finiscono e basta e il cervello ci mette anni a smettere di cercare un colpevole. Per anni mi sono portata addosso un senso di colpa soffocante: ogni nuova conoscenza era filtrata da una piccola voce interiore che tirava i freni, una difesa preventiva per evitare di finire di nuovo a terra a raccogliere i pezzi e la cosa strana è che questa difesa invece di proteggermi davvero mi faceva vivere i rapporti come se fossero sempre sull’orlo della fine.


La liberazione non è arrivata dal tempo, che a volte non guarisce un bel nulla, ma da un libro. Leggere l'Etica Nicomachea è stato come quello schiaffo di aria fresca che ti investe all'improvviso, ti scuote, ti toglie il sonno e ti ricorda che è ora di smettere di sognare per iniziare finalmente a vivere. Aristotele dedica all’amicizia, la philía, una parte enorme del suo pensiero definendola “non solo necessaria ma anche bella”. Sostiene che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici anche se possedesse ogni altro bene immaginabile. Ma la parte che ha davvero scardinato le mie convinzioni non è l’elogio dell’amicizia bensì la sua classificazione.


Aristotele mi ha costretto a guardare in faccia le mie “valanghe” di persone e a provare a dargli un nome. Ci sono le amicizie di utilità nate perché si condivide un obiettivo o un vantaggio reciproco e le amicizie di piacere tipiche di chi come me ama stare in mezzo agli altri. Queste ultime sono intense e divertenti, fatte di serate che sembrano non finire mai e risate che riempiono lo stomaco ma sono anche legami che cambiano con una facilità disarmante. Questi legami vengono definiti “accidentali” perché dipendono da condizioni che non restano sempre uguali e questo più che una condanna è quasi una constatazione semplice della realtà. Ho capito che non ero io a “fallire” nei rapporti, ma che stavo chiedendo a certe relazioni di essere qualcosa che non avevano promesso di essere, mi stavo incolpando per non aver reso eterno qualcosa che in quella forma eterno non era.


E poi c’è l’amicizia di virtù. È qui che il discorso si fa più complesso e anche un po’ meno rassicurante perché è il legame tra persone simili nel bene dove l’altro è “un altro sé stesso”. Secondo la sua visione per raggiungere questo livello di confidenza è necessario aver “consumato insieme il sale”. Questa espressione deriva da un antico proverbio greco secondo cui per diventare davvero amici non basta la simpatia iniziale o una breve sintonia; occorre invece aver condiviso un intero percorso di vita fatto di pasti, tempo, difficoltà ed esperienze comuni. Poiché nell'antichità il sale era un elemento di uso quotidiano ma consumato in piccolissime dosi, l'immagine di “consumarne molto insieme” diventa il simbolo di una vicinanza prolungata: significa essere rimasti l'uno accanto all'altro per tantissimo tempo, un granello alla volta.


Eppure proprio qui ho trovato il tassello mancante. Quel rapporto di dieci anni che avevo perso forse non era necessariamente un fallimento o un’amicizia "minore" perché magari avevamo consumato tutto il sale del mondo ma le nostre virtù crescendo hanno iniziato a parlare lingue diverse. Si può condividere il percorso per una vita intera ma se le direzioni dell'anima divergono il legame non si rompe per colpa di qualcuno: semplicemente smette di corrispondere a ciò che siamo diventati, dato che la virtù non è un traguardo statico ma un movimento e a volte ci si muove lontano l'uno dall'altra. Quel rapporto forse apparteneva a una fase in cui entrambe eravamo diverse e non ha retto il passaggio a ciò che siamo diventate dopo.


Non sempre c’è una frattura chiara, a volte è solo uno scorrere in direzioni diverse.


Oggi guardo alla mia estroversione con un distacco diverso. Non cerco più di trasformare ogni corridoio di passaggio in una stanza padronale ma accetto la bellezza dei legami di utilità e piacere per quello che sono: scintille che illuminano il percorso per un po’ senza la pretesa che diventino focolai eterni. Ma questa consapevolezza non chiude il discorso, lo lascia più aperto di prima. Perché alla fine la domanda non è se le amicizie siano “vere” o “meno vere” o se rientrino perfettamente nelle categorie di Aristotele.


La domanda è più scomoda e meno ordinata: quanto siamo disposti a restare dentro un legame quando smette di essere facile da definire?


E forse la risposta non è nemmeno una teoria. È il modo in cui ogni volta ci si rientra dentro oppure si lascia andare senza avere mai davvero la certezza di aver fatto la scelta giusta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
bottom of page