top of page

Né Creator né creatura mai fu senza amore. Dante e la forza del desiderio: dal Limbo a Paolo e Francesca

16 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Dopo aver superato la soglia di ingresso (Per me si va nella città dolente, nell'etterno dolore, tra la perduta gente) e aver oltrepassato il fiume Acheronte, sorvegliato dal terribile Caronte, Dante è introdotto da Virgilio nel primo Cerchio dell'Inferno. Qui, contrariamente alle sue aspettative, egli non trova urla di disperazione, ma il suono appena percettibile di sospiri, che l'aura etterna facevan tremare: è l'espressione sommessa e al contempo dolorosa della pena che provano le anime del Limbo, la cui unica sofferenza consiste semplicemente nel non poter vedere Dio e non è accompagnata da tormenti corporali (Dante li definisce "duol senza martìri").


Francesco Scaramuzza: Una suggestiva opera ottocentesca incentrata sui poeti sovrani dell'antichità. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1855_Ary_Scheffer_-_The_Ghosts_of_Paolo_and_Francesca_Appear_to_Dante_and_Virgil.jpg
Francesco Scaramuzza - L'incontro di Dante e Virgilio con i sommi poeti

Chi sono le anime del Limbo? Virgilio le definisce come coloro che non peccarono e tuttavia, se non hanno accesso al regno dei beati in Paradiso, è unicamente perché non ebbero il battesimo, "che è porta della fede che tu credi". Tra costoro, ci sono le innumerevoli schiere di coloro che vissero prima del Cristianesimo e non adorarono debitamente a Dio. Tra costoro, c'è anche lo stesso Virgilio, che infatti all'avvicinarsi al Limbo appare a Dante tutto smorto, impallidito per la pena di riconoscere in tali sospiri il suo stesso tormento.


Il tormento delle anime del Limbo e dello stesso Virgilio, dunque, consiste nel desiderio mai soddisfatto di accedere alla contemplazione di quel Dio che è origine e fine di ogni creatura.

La fonte da cui sgorga il loro eterno sospirare è tale sete mai soddisfatta di ricongiungersi al loro principio primo.


Non intendo soffermarmi sul problema morale, ampiamente discusso da generazioni di teologi, pensatori e studiosi, circa la conciliabiltà tra la natura profondamente misericordiosa e giusta del Dio cristiano (“Dio è amore”) e l’assegnazione di una tale pena eterna e perciò immodificabile (per quanto meno straziante) a uomini, donne e persino bambini per il solo fatto di essere morti prima della venuta di Cristo o prima di aver ricevuto il battesimo.


Invito solo a ricordare che siamo nell’ambito di una visione che Dante, uomo del Trecento, assume dalla cultura teologica e dottrinale del suo tempo e che in tale contesto va collocata.


Vorrei piuttosto mettere in evidenza come la cifra del “desiderio” sia quella che permette di avvicinarci ad una comprensione più profonda e viva del messaggio di tutta la Divina Commedia, partendo dal rilievo che tale cifra ha anche in altri celebri passi e non solo dell’Inferno. Possiamo ad esempio trovare il riferimento al “disìo” (termine trecentesco per “desiderio”) anche nel canto immediatamente successivo, il celebre canto V i cui protagonisti assoluti sono Paolo e Francesca: due cognati sorpresi in adulterio da Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo e uccisi per sua stessa mano (più per questioni di onore che di gelosia). Quando infatti Dante li chiama a sé per farsi raccontare la loro storia, i due amanti, uniti nella pena così come nella passione, si avvicinano a lui prontamente “come colombe dal disìo chiamate” e spiegano l’irrefrenabile forza che li ha congiunti nella passione con alcuni tra i più famosi versi della letteratura di tutti i tempi:


Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.


Amor, ch’ a nullo amato amar perdona

mi prese del costui piacer sì forte

che, come vedi, ancor non m’abbandona.


Scopriamo così che il desiderio l’uno dell’altro che ha unito i due amanti è proprio l’amore, un legame che si accende subito (“ratto”) in chi ha un cuore nobile e che non risparmia a nessuna persona amata di non ricambiare il sentimento.


L'opera rappresenta la tragica e travolgente passione dei due amanti fluttuanti nella bufera infernale, così come viene narrata nel celeberrimo Canto V dell'Inferno (il cerchio dei lussuriosi), mentre sulla destra Dante e Virgilio li osservano con profonda commozione. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1855_Ary_Scheffer_-_The_Ghosts_of_Paolo_and_Francesca_Appear_to_Dante_and_Virgil.jpg
Ary Scheffer - Francesca da Rimini e Paolo Malatesta appaiono a Dante e Virgilio

Possiamo ragionevolmente affermare (sulla base delle notizie storiche sui due personaggi) che il loro fu un sentimento autentico e profondo, che non ebbe altra scelta che consumarsi nell’adulterio, dato che quello di Francesca con Gianciotto era un semplice “matrimonio combinato”, un contratto tra famiglie per meri interessi economici e nulla aveva a che fare con l’amore.


Eppure apparentemente Dante sembra condannare questo sentimento, relegando i due amanti nel Secondo Cerchio dell’Inferno, quello destinato ai lussuriosi, ossia a coloro che sono stati trascinati dalla passione carnale senza rispetto per le legge di Dio, che vuole che l’amore per Lui sia al primo posto e che in tale luce siano vissute anche le relazioni umane.


In realtà, occorre notare anzitutto come il Dante personaggio si interessa a tal punto a questa vicenda e ne è talmente coinvolto emotivamente che non solo interrompe il suo viaggio per parlare con i due sventurati amanti, ma addirittura sviene per “la pietà dei due cognati”. Inoltre (e qui veniamo alla conclusione del nostro raffronto tra i due brani) non possiamo dissociare questo episodio dall’intento paradigmatico che l’autore ha voluto offrire ai lettori anche con la pena degli “assetati di Dio” del Limbo: Dante trae cioè spunto da queste vicende umanamente così penose per dirci quanto la cifra del “desiderio” sia un movente che accomuna azioni e vite umane così diverse, perché è IL movente, ossia “ciò che muove” ogni essere umano. Dante ha voluto dirci che non esiste vita umana senza desiderio, fosse anche il desiderio profondo e inconfessabile di Dio, che è ciò che resta dell’uomo anche quando è assolutamente esente da colpe (Limbo).

Michelangelo Buonarroti - dettaglio della Creazione di Adamo. Cappella Sistina - 1a2b3c?, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Michelangelo Buonarroti - dettaglio della Creazione di Adamo. Cappella Sistina - 1a2b3c?, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Se (per parafrasare Massimo Recalcati) concepiamo correttamente il desiderio come propensione di tutto l’essere verso un altro soggetto determinato che mantiene la propria libertà e identità (Dio, l’amante) e non lo confondiamo con il semplice “capriccio” (aspirare in modo irrefrenabile e indeterminato ad un oggetto per possederlo), scopriamo che esso è quella forza senza la quale non si darebbe essere umano, così come non c’è corpo sulla terra non subisca la forza di gravità.


Esso è per le anime del Purgatorio ciò che le spinge a procedere nel loro cammino di purificazione, la forza che da sola proietta Dante nella sua ascesa da un cielo all’altro fino a vedere Dio, la fonte della gioia delle anime del Paradiso, il cui diletto è essere uno col desiderio dell’Amato.


Non solo. Esso è quell’istinto naturale che muove tutte le cose create (l’Amor che move il sole e l’altre stelle), che dunque nella concezione cristiana sono tutte buone, perché provengono da un principio buono.


Da dove proviene dunque il male? Come si può giustificare l’esistenza del peccato?


La risposta (alquanto paradossale in apparenza) ce la fornisce Virgilio nel canto XVII del Purgatorio:


Nè creator né creatura mai

[...] figliuol, fu senza amore

o naturale o d’animo; e tu lo sai.


Lo naturale è sempre senza errore,

ma l’altro puote errar per malo obietto

o per troppo o per poco di vigore [...]

 

Quinci comprender puoi ch’esser convene

amor sementa in voi d’ogni vertute

e d’ogne operazion che merta pene.


L’amore indicato da Virgilio con il termine “naturale” indica il principio che dà movimento e vita alle cose senza una loro scelta libera (quello che “move il sole e l’altre stelle”), mentre quello definito come “amore d’animo” è il desiderio/movente delle azioni umane, radice di ogni atto buono (sementa di virtù) ma anche di ogni atto cattivo (che merita una pena): così il male consiste in nient'altro che nel desiderare un oggetto sbagliato (ad esempio, il male del prossimo) o desiderare un oggetto buono (persone, cibo, beni materiali, carriera, riconoscimento dagli altri) ma in modo squilibrato. Tutto dipende dall’arbitrio, ossia dalle scelte attraverso le quali ogni essere umano, per dirla con Pico della Mirandola, può degenerare nelle cose inferiori proprie dei bruti o rigenerarsi secondo la volontà del proprio animo nelle cose che sono divine.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
Logo-nosfondo.png

Il magazine di filosofia.

Scopri pensieri, articoli e novità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

  • Instagram
  • Facebook

© 2025 - La Bottega delle Filosofie è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Salerno - Reg. Num 2593/2024 - Direttore Responsabile Dario Luca Mattia - Direttore Editoriale Marco Antonio D'Aiutolo.

Produzione Riservata Copyright © La Bottega delle Filosofie

bottom of page