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Il femminicidio di Lorena Isceri: la trappola del possesso e il grido del padre

8 set
Tempo di lettura: 2 min

Nastro adesivo sui sensori del garage per bloccare la porta, un'attesa al buio e un agguato calcolato. Lorena Isceri, 45 anni, è caduta in un tranello premeditato a freddo da Federico Vella, l'ex compagno che l'ha immobilizzata, caricata nel bagagliaio della sua stessa auto e trasportata lungo l'autostrada A1 fino al viadotto Lora, dove l'ha lanciata nel vuoto prima di togliersi la vita. Per venti minuti, chiusa in quel buio, Lorena ha provato disperatamente a salvarsi chiamando il 112.


Illustrazione della sagoma bianca di una donna in catene che cade nel vuoto su uno sfondo rosso
Illustrazione di Viviana Laperchia

Nessun raptus, nessun momento di follia: la morte di Lorena è la manifestazione più spietata della cultura del possesso: la pretesa viscerale, violenta ed egoista che un uomo possa disporre della vita di una donna come se fosse un oggetto di sua proprietà. "Se la relazione finisce, finisci anche tu": è questo il messaggio implicito e tossico che continua a scorrere sottopelle nella nostra società. Sui social Vella scriveva: "Sarò tuo anche se non posso più esserlo". Paranoie spacciate per amore romantico, che in realtà nascondono il rifiuto totale della libertà altrui.


In questo scenario agghiacciante, le lacrime del padre di Lorena, Franco Isceri, non chiedono pietà ma esigono un risveglio collettivo. Nel suo video-appello rivolto alla politica e alle istituzioni, chiede di agire uniti, ma la vera sfida riguarda tutti noi: sradicare l'idea che la gelosia sia affetto, che il controllo sia attenzione, che l'abbandono giustifichi la vendetta.


A poco servono rivendicazioni d'impegno e sventolii di nuove norme. Anche di fronte al dramma di Lorena, non ci si ferma a rivendicare gli interventi del governo per “contrastare i femminicidi”, dichiarando che "si continuerà a fare la propria parte". Ma aggiungere reati al codice penale o inasprire le pene quando una vita è già stata spazzata via non fa altro che confermare l'illusione: si continua a rispondere con la burocrazia della punizione a un problema che è tutto culturale. Rivendicare misure e leggi mentre una donna viene uccisa nel buio di un bagagliaio suona come un amaro tentativo di auto-assoluzione. Nessuna norma punitiva a fatto compiuto restituisce la vita a Lorena, se non si scalfisce di un millimetro l'idea radicata che un uomo possa disporre della libertà e della vita di chi dice di amare.


Finché continueremo a tollerare anche solo le piccole sfumature del possesso maschile quotidiano, il prezzo da pagare continuerà a essere misurato in vite spezzate. Quante donne dobbiamo ancora consegnare a questo massacro prima di ammettere che il problema non è l'aggressore di turno, ma l'idea malata che un uomo possa "possedere" una donna?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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