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Liberi e informati, ma non troppo

Non dovrebbe sorprendere il 56° posto occupato dall’Italia nella classifica 2026 sulla libertà di stampa stilata dalla ONG Reporters Sans Frontières. Stazioniamo da tempo nella fascia “problematica” di questo studio e ogni anno scendiamo di qualche gradino. Poco tempo fa eravamo al 49° posto su 180 nazioni.

Branko Radovanović, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Branko Radovanović, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

A rendere ancora più amara la pillola, in 25 anni questo è il rapporto di RSF che mostra il peggiore stato generale dei parametri a livello mondiale. Se Sparta piange, Atene non ride. Nemmeno questo dovrebbe stupire, considerando la guerra diffusa e le tensioni economiche che interessano numerose zone del pianeta, nonché le ramificazioni della propaganda che infettano l’intera infosfera, ben oltre i confini dei paesi aggressori.


RFS definisce libertà di stampa “la possibilità di giornalisti, come individui e gruppi, di selezionare, produrre e diffondere notizie nell’interesse pubblico, indipendentemente da interferenze politiche, economiche, legali e sociali e in assenza di minacce alla loro incolumità fisica e mentale”.


Sono tanti i motivi per cui la libertà di stampa viene messa in serio pericolo. I giornalisti subiscono numerose forme di minaccia, più o meno diretta. Comitati d’affari o politici agiscono tramite il meccanismo della querela temeraria, con richieste di risarcimento esorbitanti che, se non piegano il redattore, mettono a rischio il rapporto con la testata. Poi ci sono le intimidazioni della criminalità vera e propria, con varie forme di minacce o attentati concreti.


Le nazioni realmente virtuose sono poche e tutte concentrate nel nord Europa: Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda. Il secondo ordine, definito “soddisfacente”, ospita diversi altri paesi europei come Spagna, Portogallo, Germania, Polonia, e poi Regno Unito, Canada, Australia, Namibia, Ghana, Gabon. Più giù, la classifica vede gli stati in cui la libertà di stampa è problematica (qui incontriamo Italia e USA, ad esempio), in difficoltà o a serio pericolo. Quest’ultimo gruppo comprende la maggior parte dell’Asia, Russia, Algeria, Egitto, Sudan, Etiopia, Nicaragua, Venezuela, Cuba e Perù.


Punto centrale della questione è il vecchio scontro fra potere e watchdog journalism, il giornalismo che vigila contro gli abusi e l’illegalità dei potenti. Oggi questo cane da guardia si rivela troppo spesso un cucciolo addomesticato. Non ci può essere una stampa realmente libera quando questa debba essere soggetta ai dettami del potere politico ed economico o piegata da una crisi strutturale del settore. Meno incisività significa anche meno credibilità presso i lettori, soprattutto se si debba rincorrere il clickbaiting per far quadrare i conti.


In Italia sono 759 i cronisti minacciati con metodi quali l’avvertimento, il danneggiamento di cose, l’abuso di procedimenti legali, le aggressioni o il semplice ostacolo all’accesso di informazioni. Un incremento del 47% rispetto all’anno precedente. Sono i dati contenuti nel report dell’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”.


Ci sono anche metodi più subdoli come l’erosione della reputazione, il dossieraggio, lo spionaggio, l'induzione all'isolamento professionale o il semplice depauperamento della professione. Quest’ultimo, fra stipendi bassi, scarsa tutela e crisi del settore, è lo stratagemma più efficace e funzionale al potere perché attacca preventivamente tutta la categoria.


Si parla di libertà dei giornalisti, ma non si può tralasciare chi fruisce dell’informazione. La disinformazione attiva, oggi ancora più penetrante grazie ai social network, si diffonde capillarmente usando materiali fasulli ritenuti reali. Aumenta drammaticamente anche la misinformazione, ovvero la condivisione in buona fede di contenuti falsi. Accade a chiunque e in qualunque momento di partecipare a questo festino della “post-verità”, in cui ogni ricerca del vero soccombe dietro la vanità del dire e la rapidità del click senza verifica.


La libertà di informazione va tutelata all’interno delle redazioni come (e soprattutto) all’esterno. È necessario ricostruire il patto di fiducia con i lettori e questi ultimi non possono tirarsi indietro dal sostenere chi lavora con serietà, professionalità, coscienza e deontologia per difenderli dagli interessi di pochi, anche a scapito della vita.


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