L'anno nuovo e la ragionevole speranza nel futuro
- Linda Bonucci

- 3 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Venditore
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere
Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore
Sì signore.
Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.
Passeggere
Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore
Signor no, non mi piacerebbe.
Inizia così il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Leopardi: plaudiamo fiduciosi al nuovo anno, nonostante il bagaglio di disillusione che accumuliamo nel tempo.
Il mio ultimo figlio tra poco compirà quindici anni: mi capita spesso di chiedermi che mondo stiamo consegnando ai nostri ragazzi. Nessun’altra generazione è stata tanto “voluta” quanto la loro. Pochi tra loro sono figli del caso, da decenni ormai, nel mondo “moderno”, pianifichiamo le gravidanze, i bimbi che nascono sono, anzi, spesso frutto di cure faticose per le madri, eppure mai come oggi la tecnologia rende incerto il futuro dell’umanità. Basta che un folle, tra quelli ormai al comando in diverse parti del mondo, decida di scatenare un conflitto atomico o, meno catastroficamente, basta attendere gli effetti del cambiamento climatico, che ci guidano per mano verso un declino ormai difficilmente reversibile.
Non so se sia perché l’età ha cambiato la mia prospettiva sulla vita, ma talora mi chiedo se avrei il coraggio, oggi, di dare alla luce un bimbo: per me, quindici anni fa era diverso. Mi sembrava ancora che il mondo andasse verso l’affermazione dei Valori che i nostri nonni prima e i nostri genitori poi ci avevano consegnato, Valori che nascevano, per i primi, come reazione ai decenni bui dei totalitarismi e delle guerre, e, per i secondi, dall’entusiasmo del Sessantotto. Poi… è cambiato tutto. Non saprei dire quando esattamente, né quanto le vicende della mio personale percorso abbiano inciso sulla mia percezione di questo cambiamento, ma ora mi sembra che tiri un’aria diversa: non ci si vergogna più quando si fanno affermazioni scopertamente razziste o sessiste od omofobe e, al contrario, alcuni input di tal tipo vengono accolti a livello legislativo, anche nella mia amata Europa. I governi si dimostrano sempre più tiepidi sulla questione ambientale, l’Europa non sa imporsi come baluardo contro il genocidio del popolo palestinese, evento rispetto al quale l’Italia ha una posizione addirittura imbarazzante. Il riarmo viene propagandato come metodo di risoluzione di possibili controversie internazionali, l’odio etnico viene giustificato da certa politica, nazionale e internazionale, come legittima reazione al fenomeno migratorio. È cambiato il sentire di base della gente: oggi sembra che il denaro possa non solo comprare, ma anche giustificare tutto, chi si arricchisce a scapito degli altri viene premiato dal consenso sociale, non stigmatizzato. Le persone sembrano collassate dentro i propri piccoli mondi, paurose degli altri, spesso incapaci di solidarietà: circostanza umanissima, ma che stiamo erigendo a sistema di vita. I Valori vengono spesso confinati nella dimensione dell’utopia: un realismo molto pessimista e il disincanto la fanno da padroni.
E allora perché, potendo scegliere, consegnare i nostri piccoli a un futuro senza sogni?
Il Dialogo leopardiano si conclude con un gesto di tenerezza e compassione: il passeggere rinuncia a disilludere il venditore, che conserva la speranza che, coll’anno nuovo, … si principierà la vita felice e, anzi, gli compra l’almanacco più bello.
Del resto, compassione e solidarietà sono caratteristiche dell’ultimo, meraviglioso Leopardi, che trova in esse la propria risposta all’oggettiva difficoltà della vita.
Io non condivido, però, il giudizio del poeta sulla condizione umana, a suo avviso disperata a tal segno che il suicidio può essere considerato una scelta ragionevole. Benché non sia incline a facili entusiasmi o a teorie consolatorie sul senso delle umane tribolazioni, benché agnostica sul senso ultimo del nostro esistere, amo essere qui. La Natura, placida o maestosa, sa spesso commuovermi, così come le persone, quando hanno la forza di esprimere la propria umanità, che è anche fragilità e capacità di sentire la fragilità altrui: i gesti degli esseri umani spesso mi hanno positivamente sorpreso. A conti fatti, a me sembra ragionevole alimentare la speranza nel futuro, perché è l’accettazione integrale della nostra umanità, imperfetta e tribolata, che rende interessante la vita.
In altre parole, io comprendo la scelta di Ulisse, che rifiuta l’immortalità e l’amore della ninfa Calipso per affrontare le difficoltà della propria esistenza mortale, per l’amore di una donna destinata a invecchiare:
… so anch’io,
e molto bene, che a tuo confronto la saggia Penelope
per aspetto e grandezza non val niente a vederla:
è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza.
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
di tornarmene a casa, vedere il ritorno.
Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare,
sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene.






