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Educare il digitale, abitare il cambiamento

Aggiornamento: 2 giorni fa

Formare consapevolezza critica e responsabilità etica: con la DiCultHer Academy e la dott.ssa Silvia Mazzeo nell’era dell’IA


Introduzione editoriale

 

L’inarrestabile evolversi del digitale sollecita oggi interrogativi che trascendono la dimensione meramente tecnica, investendo più profondamente le forme stesse della conoscenza, responsabilità e cittadinanza.

 

È in questo denso orizzonte − all’intersezione tra educazione, cultura e innovazione − che si colloca la DiCultHer Academy, autorevole laboratorio di riflessione e formazione, impegnata nella promozione di una cultura digitale fondata su consapevolezza critica e valorizzazione del patrimonio culturale-bene comune.

 

A guidarne le attività, con appassionante professionalità, è la dott.ssa Silvia Mazzeo. Grazie alla sua vibrante competenza e incessante dedizione, l’Academy promuove officine di pensiero e laboratori di competenze, incentrati sull’Umanesimo Digitale e una rinnovata consapevolezza etica.

 

Il presente contributo alla rivista si offre quale occasione di riflessione su un’educazione che sia pratica di cittadinanza attiva e consapevole, chiamata a confrontarsi con le sfide pedagogiche della modernità senza, tuttavia, abdicare a responsabilità; richiama, inoltre, il ruolo delle istituzioni culturali nel governare i processi di cambiamento, restituendo centralità alla dimensione civile, valoriale e profondamente umana.

 

Nadia De Cristofaro


la dott.ssa Silvia Mazzeo
Dott.ssa Silvia Mazzeo

Intelligenza culturale e intelligenza artificiale: una sfida antropologica aperta


Un anno dopo la scommessa della DiCultHer Academy: dalla teoria alla pratica.

 

C'è un'immagine, nella storia recente dell'educazione digitale italiana, che vale più di molte definizioni: un'insegnante davanti a uno schermo, mentre osserva un'intelligenza artificiale generare i costumi di una festa popolare della sua città. Le immagini sono bellissime. Sono anche completamente sbagliate: nulla, in quegli abiti, appartiene davvero alla tradizione del luogo. La docente non scarta il lavoro e non lo accetta così com'è: lo ferma, lo mostra ai suoi studenti, e da quell'errore costruisce una lezione su come si riconosce una macchina che sta inventando invece di ricordare.

 

È un episodio piccolo, raccolto tra le centinaia di lavori prodotti durante il “Laboratorio di Intelligenza Culturale”, il primo MOOC promosso dalla DiCultHer Academy. Ma è anche, in fondo, la risposta più concreta a una domanda che un anno fa era ancora aperta: può l'intelligenza artificiale diventare un alleato nella costruzione di senso, invece che una scorciatoia per evitarla?

 

È da questa urgenza di senso che nasce la proposta della DiCultHer Academy: non da un entusiasmo ingenuo per la tecnologia, ma, semmai, da una preoccupazione: quella per cui l'intelligenza artificiale generativa non può più essere considerata un semplice strumento, ma un vero e proprio ambiente cognitivo: un ecosistema che, silenziosamente, ridisegna il modo in cui pensiamo, scriviamo, ricordiamo. Il rischio individuato inizialmente non era la macchina che sostituisce l'uomo, ma l'uomo che si abitua, poco alla volta, a lasciar pensare la macchina al posto suo: quella che viene definita, senza mezzi termini, una forma di delega cognitiva, anticamera di un nuovo analfabetismo etico.

 

Di fronte a questo scenario, la sola alfabetizzazione digitale, ovvero saper usare gli strumenti, è sembrata da subito insufficiente. Serviva qualcosa di più: una cultura dell'intelligenza artificiale capace di tenere insieme l'innovazione tecnica e la dignità della persona, in cui l'educazione tornasse a essere, prima ancora che trasmissione di competenze, un atto di resistenza critica. Da questa urgenza è nato il Laboratorio: non un corso per imparare a usare una chatbot, ma un tentativo di restituire ai docenti la titolarità culturale del proprio mestiere, anche, e soprattutto, dentro un ecosistema tecnologico che cambia più in fretta delle abitudini didattiche.

 

Tradurre questa intuizione in un percorso reale ha richiesto un lavoro tutt'altro che teorico. Trecento insegnanti hanno attraversato tre tappe distinte, ciascuna pensata per spostare leggermente il baricentro della competenza richiesta: dalla consapevolezza dei rischi e dei limiti dell'IA, alla capacità di progettare un'attività didattica che la usi senza esserne usati, fino alla realizzazione di un prodotto reale, un e-book, un podcast, una mappa narrativa del territorio, nato dalla collaborazione tra docente, studenti e algoritmo.

 

È in questo ultimo tratto di percorso che la teoria si fa pragma: azione concreta, verificabile, raccontabile. E qui i risultati restituiscono qualcosa di più interessante di una semplice conferma delle premesse. Negli elaborati finali ricorre una formula semplice quanto efficace, diventata quasi un piccolo mantra condiviso: l'intelligenza artificiale calcola, ma non comprende. Una frase che, ripetuta da insegnanti diversi per età, materia e provenienza geografica, dice qualcosa di non scontato: che un principio teorico, se attraversato dalla pratica quotidiana, può diventare linguaggio comune di una comunità, prima ancora che regola scritta.

 

Il dato più sorprendente, però, riguarda proprio il modo in cui viene trattato l'errore della macchina. Ci si aspetterebbe che un'allucinazione dell'IA, una data sbagliata, un dettaglio storico inventato, un'immagine fuori contesto, venga vissuta come un fallimento da nascondere. Accade l'esatto contrario. Quando un docente individua e corregge l'errore, coinvolgendo la classe nella verifica, quel momento diventa uno dei punti più valorizzati del lavoro. Succede con i costumi fuori tradizione della festa popolare già raccontata in apertura. Succede quando un'insegnante nota che l'IA ha confuso un tornio a pedale con uno meccanico, e ne fa l'occasione per spiegare ai ragazzi come si verifica una fonte. Succede ancora quando una funzione biologica attribuita alle balene si rivela inventata, e viene corretta dopo un controllo incrociato delle fonti.

 

In ciascuno di questi episodi si intravede la stessa idea di fondo: la titolarità culturale, parola chiave fin dalle premesse del Laboratorio, non è rimasta un concetto da manifesto, ma si è fatta gesto quotidiano. Non si tratta di diffidare della tecnologia, né di accoglierla senza riserve: si tratta di restare, come si dice spesso negli elaborati dei corsisti, registi del processo, capaci di lasciare che la macchina proponga, mentre l'essere umano continua a decidere cosa sia vero, cosa sia rilevante, cosa meriti di essere raccontato.

 

Colpisce, in questo senso, la trasversalità anagrafica dell'esperienza. Gli stessi principi che reggono un'analisi letteraria avanzata su Dickens, riletta in chiave civica per il territorio di Cosenza, tornano con un linguaggio completamente diverso in un'attività per bambini di tre anni costruita solo su input vocali, per aggirare l'ostacolo della scrittura. Cambia il contesto, non cambia la postura: in entrambi i casi è l'adulto a restare garante del senso, non la macchina.

 

Letto oggi, a percorso concluso, il bilancio tra le aspettative iniziali e gli esiti raccolti racconta qualcosa che va oltre la cronaca di un singolo corso di formazione. Racconta che un principio filosofico, la non delega del pensiero, può attraversare la distanza che separa un manifesto da una classe di terza elementare, senza perdere per strada la propria sostanza. E racconta, soprattutto, che la cultura, quando incontra la tecnica, non ha bisogno di difendersi da essa: può semplicemente continuare a fare quello che ha sempre fatto. Porre domande, verificare risposte, e custodire, una correzione alla volta, il senso di ciò che racconta.

 

Alcuni dei tanti progetti realizzati nelle classi sono concretamente visibili perché sono stati presentati nel corso dell’8° Rassegna #HackCultura2026: una rassegna di prodotti culturali digitali realizzati in risposta alle SFIDE di #HackCultura2026.

 

La sfida antropologica resta aperta, ma la bussola dei diritti umani e della dignità della persona indica la strada. Trasformare le aule in laboratori di libertà significa esattamente questo: riscoprire che, proprio grazie alla tecnica, l’umanità può riscoprirsi più interconnessa, più consapevole e radicalmente responsabile del proprio destino comune.

Nota biografica

 

Silvia Mazzeo

 

Laurea in lingue e letterature straniere, Master in “Il docente esperto per l’educazione emotiva”, insegna nella Scuola Primaria dal 1995; Animatore Digitale dal 2015, è impegnata nell’attuazione della Transizione Digitale dell’istituto in cui opera e per reti scolastiche locali e nazionali con azioni di progettualità didattica e di innovazione degli ambienti di apprendimento rivolta agli studenti e formazione rivolta ai docenti.

 

Ha partecipato a seminari a carattere nazionale e internazionali (Didacta, D.G.O. del MIUR e Comitato Scientifico Nazionale per le Indicazioni Nazionali 2012, All-Digital-Summit), su temi legati all’innovazione didattico-metodologica, l’uso delle risorse digitali e l’introduzione al pensiero computazionale nel primo ciclo d’istruzione, parità di genere e empowerment di donne e ragazze, nuova cittadinanza e utilizzo etico dell’intelligenza artificiale.

 

Attivamente impegnata con DiCultHer, cura la DiCultHer Academy: piattaforma formativa e generativa, concepita per promuovere una cultura digitale consapevole, inclusiva e orientata al bene comune.


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