E se il problema non fossi tu?
- Nadia Talarico

- 16 apr
- Tempo di lettura: 3 min
“Non è segno di buona salute mentale essere ben adattati ad una società malata”
J. Krishnamurti
C’è una narrazione imperante, sottile e pervasiva, che attraversa il modo in cui parliamo di salute mentale: se stai male, il problema sei tu. Non abbastanza resiliente, non abbastanza organizzato, non abbastanza “centrato”. In un mondo che celebra la performance e l’efficienza, il disagio psicologico viene spesso ridotto a un difetto individuale da correggere, piuttosto che riconosciuto come il possibile riflesso di condizioni strutturali disfunzionali.

Ma cosa succede quando il malessere non nasce dentro la persona, bensì nel contesto in cui è immersa?
Sempre più spesso, nei contesti clinici, emergono storie di stress cronico, ansia e burnout legati a condizioni lavorative precarie, ritmi insostenibili, assenza di tutele e confini sempre più sfumati tra vita privata e professionale. Eppure, la risposta dominante resta individuale: tecniche di gestione dello stress, mindfulness, organizzazione del tempo.
Strumenti utili, certo. Ma insufficienti, se non accompagnati da una riflessione più ampia.
Quando una persona sviluppa sintomi in risposta a un ambiente tossico, stiamo davvero parlando di un disturbo? O piuttosto di una reazione sana a una condizione malsana?
Il compito dei professionisti della salute mentale dovrebbe essere, ritengo, non solo fornire alla singola persona in condizioni di sofferenza degli strumenti utili per stare meglio, ma anche puntare il dito contro la struttura in cui siamo immersi, che fa da vero e proprio agente patogeno.
Il rischio di ignorare questa parte è quello di trasformare problemi collettivi in diagnosi individuali. La precarietà diventa ansia generalizzata. Lo sfruttamento si traduce in burnout. L’isolamento sociale si declina come depressione.
Non è che queste patologie non si manifestino, ma sono conseguenze, trattarle da sole è come pretendere di far passare la febbre a un organismo ammalato che sta cercando di difendersi.
Questa trasformazione ha conseguenze profonde. Da un lato, alleggerisce le responsabilità dei sistemi economici, politici e organizzativi che producono queste condizioni; dall’altro, carica l’individuo di un peso ulteriore: non solo sta male, ma sente anche di dover “aggiustare” qualcosa dentro di sé per tornare a funzionare.
In questo modo, la sofferenza viene depoliticizzata. Perde il suo potenziale di denuncia.
Negli ultimi anni, la resilienza è diventata una parola chiave. Essere resilienti significa adattarsi, resistere, continuare nonostante tutto. Ma fino a che punto è sano adattarsi a ciò che è, in sé, disfunzionale?
Se un sistema richiede livelli sempre più alti di adattamento per essere sostenuto, forse il problema non è la fragilità delle persone, ma la rigidità del sistema.
Promuovere la resilienza senza interrogarsi sulle condizioni che la rendono necessaria rischia di diventare una forma sofisticata di colpevolizzazione.
In questo contesto non stupisce che il “mito” della resilienza, parola ormai ridotta a un tatuaggio di moda e poco altro, abbia completamente soppiantato un altro concetto, forse meno glamour ma sicuramente più adatto ai tempi che viviamo: la resistenza.
Come professionisti della salute mentale, abbiamo una responsabilità: quella di non perdere di vista il contesto, di non ridurre la sofferenza a un insieme di sintomi da trattare, ma di riconoscerla come parte di una storia più ampia.
Questo non significa negare l’importanza del lavoro individuale. Significa, piuttosto, integrarlo con una lettura critica della realtà. Aiutare le persone a stare meglio, naturalmente, ma anche a comprendere perché stanno male.
E, quando possibile, a mettere in discussione le condizioni che contribuiscono al loro malessere.
Parlare di salute mentale oggi non può prescindere da una riflessione sociale e politica. Non si tratta di ideologia, ma di realtà: le condizioni di vita influenzano profondamente il benessere psicologico.
Riconoscere questo legame è un atto di onestà, ma anche di cura, perché il primo passo per stare meglio è capire dove è situato esattamente il problema.
Ora più che mai trovo sia urgente ricordare che non esiste un campo in cui il personale non sia politico, anche se si tratta di una posizione “scomoda”, che costringe ad allargare lo sguardo e dire cose che nessuno vuole sentire, ma dopotutto quale medicina veramente efficace ha un buon sapore?



