Carlo Lucarelli e il racconto autentico del crime
Il ritorno di Carlo Lucarelli in tv è la lezione di metodo che serviva al crime contemporaneo. Un ciclo di sei puntate in prima serata su RAI 3 dal titolo “Misteri dimenticati - Blu notte” riapre dei cold case avvenuti tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 2000.

C’è stato un tempo in cui il giallo (o crime, come si preferisce chiamarlo oggi) era un genere di nicchia, relegato in tv alla seconda o terza serata e destinato a pochi appassionati. Le rarissime trasmissioni mainstream che se ne occupavano adottavano un rigoroso taglio giornalistico e d'inchiesta — basti pensare a Telefono Giallo di Augias o Un giorno in pretura di Petrelluzzi che, dopo innumerevoli stagioni, è ancora oggi un appuntamento imperdibile.
Oggi, al contrario, il crime imperversa a qualsiasi ora del giorno e della notte, dalla colazione alla cena, sulle reti generaliste e le pay-tv, ed è diventato presenza fissa nei palinsesti, spesso con esiti discutibili. La vittima viene cannibalizzata, il delitto viene vivisezionato, ogni rispetto per le persone coinvolte viene meno e la ricerca e il racconto della verità (anche di quella processuale già sancita dalle sentenze) cede il passo al gossip, al sensazionalismo e all'improvvisazione di sedicenti criminologi.
In questo panorama decisamente deprimente, il ritorno di Carlo Lucarelli rappresenta una boccata d'aria fresca. A quasi trent'anni dal suo debutto - Mistero in blu risale al 1998 - e poi con le diverse stagioni di Blu notte, fino a Lucarelli Racconta datata 2012, Lucarelli ha indagato tanto la cronaca nera meno nota quanto i grandi misteri d'Italia, come la strage di Ustica. Adesso, a quasi quindici anni dal suo ultimo programma, il narratore per eccellenza è tornato in TV.
Il suo marchio di fabbrica è sempre stato improntato alla semplicità e al rigore: una scenografia essenziale, a tratti inquietante, un racconto sempre coinvolgente e, soprattutto, il rifiuto di plastici e ricostruzioni fantasiose a favore dei pareri della scientifica e degli addetti ai lavori. L'impianto narrativo delle nuove puntate è rimasto pressoché immutato (fatta eccezione per uno studio decisamente più luminoso) e vede ancora la collaborazione dello storico consulente Silio Bozzi, ex dirigente della polizia scientifica, coadiuvato da Margherita Carlini, criminologa e psicologa forense e Mirella Gherardi, medico legale.
Già dalla prima puntata appare evidente quanto si sentisse la mancanza di un simile registro narrativo. La professionalità, il racconto essenziale ma esaustivo e una suspense mai gratuita sono gli ingredienti che distinguono un programma realmente scritto e strutturato come quello di Lucarelli dalle puntate raffazzonate dei talk show pomeridiani, infarciti delle opinioni dell'influencer di turno. Nella prima serata, Lucarelli ha ripreso il caso di Antonella Di Veroli — già affrontato nella prima stagione di Mistero in blu e qui aggiornato con gli ultimi sviluppi investigativi — e l'omicidio di Anna Parlato Grimaldi: due vicende complesse, segnate da molteplici piste ma rimaste entrambe senza un colpevole. Il pubblico ha accolto con grande favore il suo ritorno, apprezzando in modo particolare il contributo del tavolo tecnico, l'efficacia del ritmo (la scelta di trattare due casi a puntata ben si adatta ai tempi della televisione odierna) e una struttura fedele ai format originali, vero marchio di fabbrica della cifra stilistica di Lucarelli.
In fondo, è stato proprio Carlo Lucarelli, per primo, a sdoganare la cronaca nera nel servizio pubblico trasformandola in un autentico fenomeno pop. Da quel format originario è nato un intero ecosistema narrativo — a partire dai tantissimi podcast d’inchiesta che affollano oggi la scena e le numerose trasmissioni tv, spesso con fortune alterne. Ma se è vero che la sua lezione ha aperto la strada a una miriade di epigoni, è altrettanto evidente come nessuno sia mai riuscito a replicarne davvero lo stile e l’inconfondibile modo di raccontare. A distanza di anni, Lucarelli dimostra di non aver smarrito la nitidezza espositiva né il carisma comunicativo che lo rendono unico: una qualità narrativa capace di trascendere le mode passeggere e di ricordarci cosa significhi, davvero, raccontare la complessità di una storia di cronaca.




