Campagna, la memoria tradita: l’indignazione contro l’affronto revisionista
- Gianpaolo Trotta

- 7 ore fa
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In questi tempi di grande incertezza non pretendo certo di trovare un centro di gravità permanente, come cantava il Maestro, ma mi accontenterei anche solo di qualche riferimento più o meno stabile.
E invece…
Per esempio, mi aspetterei che un sindaco che si dice di sinistra riconoscesse i tentativi di revisionismo da due soldi e rispedisse al mittente una richiesta di autorizzazione alla presentazione del libro di – udite udite! – un tal Caio Mussolini, pronipote dello storico criminale che gli ha tramandato il cognome.
Siamo a Campagna, in provincia di Salerno, in una città che può vantare ben due medaglie al merito civile, una delle quali per «l’eroico comportamento della popolazione che, durante la Seconda guerra mondiale, sfidò divieti e minacce, offrendo solidarietà e rifugio agli ebrei internati nel campo di concentramento locale, tra il 1940 e il 1943».
In un contesto simile, nella città in cui operò “lo Schindler italiano”, ovvero Giovanni Palatucci, che pagò con la vita a Dachau la sua opera di opposizione al nazifascismo, non dovrebbe nemmeno venire in mente di chiedere un luogo pubblico per fini simili e, quand’anche la sfrontatezza dovesse prevalere sulla decenza, la risposta dovrebbe essere fermamente negativa.
E invece…
E invece accade che il sindaco dimentichi la storia, la provenienza, i valori e conceda la sala, salvo poi fare dietrofront, con una pezza peggiore del buco, a seguito delle proteste civili di molti cittadini, in particolare — ma non solo — di quelli aderenti al gruppo “Campagna Città Aperta”, nato alcuni anni fa per opporsi a un altro affronto: quello degli ascari leghisti della Valle del Sele che pretendevano di trasformare Campagna nella Pontida del Sud, senza pensare che forse Pontida avrebbe potuto dirsi la Campagna del Nord, se solo avesse avuto una storia simile.
Ma non ce l’ha.
Non ce l’ha perché Campagna non è Pontida e non è nemmeno Predappio e perché a Campagna la maggior parte dei cittadini, tra cui evidentemente non il sindaco, ha buona memoria e ricorda molto bene cosa facevano i fascisti.
Lo smemorato, infatti, non ha ritenuto di revocare la sala per chiari ed elementari motivi di opportunità, bensì per motivi «esclusivamente di ordine pubblico». Peccato che i suddetti cittadini indignati abbiano semplicemente inviato email di protesta e abbiano già dato prova, in occasione del mancato raduno leghista di cui sopra, di essere perfettamente in grado di organizzare anche eventi pubblici del tutto pacifici.
Perché è nella nostra natura farlo, è nella nostra natura argomentare, discutere, opporci civilmente, e ci opponiamo oggi come facemmo allora e come faremo sempre, perché noi non dimentichiamo.
Non dimentichiamo le squadracce, le violenze, gli omicidi, i treni della vergogna, i racconti dei nostri nonni reduci dai campi di concentramento o dalle steppe ghiacciate della Russia.
Non dimentichiamo che chi oggi si straccia ipocritamente le vesti per la presunta libertà di espressione negata (come se poi qualcuno vietasse loro di svolgere le manifestazioni a casa propria o in qualsiasi altro luogo privato) fa finta di non sapere che, all’epoca del criminale che vorrebbero riabilitare, la libertà di parola non esisteva né in pubblico né in privato.
Noi non dimentichiamo, io non dimentico e se invece a qualcuno fa comodo dimenticare e fare la vittima, faccia pure: a Campagna troverà sempre qualcuno pronto a rinfrescargli, pacificamente, la memoria. Non a caso esiste anche il Museo della Memoria e della Pace, luogo che qualche smemorato — e qualcun altro privo del senso del pudore — dovrebbe visitare a capo chino.
E vergognarsi.






