Bartleby, Deleuze e la forza creatrice del “no”
- Elisabetta Palladino

- 2 giorni fa
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Un giovane alto, pallido, dall’aspetto “singolarmente composto” risponde a un annuncio e viene assunto come scrivano per uno studio legale di Wall Street. Si tratta di Bartleby, il misterioso protagonista del racconto pubblicato da Herman Melville nel 1853. Il mistero di questo personaggio, che in realtà non è altro che uomo senza grandi particolarità, un tipo scialbo e poco carismatico, sta tutto nella formula che pronuncia ben dieci volte nel corso della storia: “I WOULD PREFER NOT TO” (preferirei di no).
È una formula strana quella che Bartleby pronuncia per la prima volta quando il suo datore di lavoro gli chiede di svolgere una mansione diversa rispetto a quella a cui è solitamente abituato. Lo stesso datore di lavoro, l’avvocato che è anche il narratore del racconto, rimane sbalordito e “disarmato” davanti a questo rifiuto a cui non è assolutamente abituato. Ma soprattutto, la frase “I would prefer not to” cresce all’interno della storia: diviene la risposta che Bartleby ripete ogni volta gli viene chiesto qualcosa e arriva a contagiare anche gli altri personaggi, che si ritrovano a utilizzarla inconsapevolmente durante le loro giornate.
Il breve racconto di Melville, proprio per questa formula enigmatica al limite delle regole grammaticali (il verbo “preferirei”, infatti, non è collegato a nulla – Bartleby non dice “I had rather not”), ha attratto numerosi studiosi e critici che hanno provato a dare la loro interpretazione. Per Augusto Guido, Bartleby rappresenta la stereotipata figura del clown tragico che nega ogni possibile sensatezza, mentre secondo Charles Hoffman, lo scrivano sarebbe un “reietto del mondo utilitaristico” che decide di uscire da un folle sistema. La lettura che ha avuto una eco maggiore è, però, quella del filosofo francese Gilles Deleuze.

Deleuze comincia analizzando la frase “I would prefer not to” e sottolinea come quel “not to” lasci sospeso ciò che respinge, conferendo all’espressione un carattere “radicale”. Pone, inoltre, l’accento sul silenzio che la risposta di Bartleby genera: il silenzio di chi la ascolta, che non sa come reagire, ma soprattutto il silenzio di chi la pronuncia. È come se Bartleby avesse detto tutto, come se «avesse esaurito il linguaggio» (Bartleby o la formula, p.14), scrive il filosofo francese.
L'elemento centrale di questa interpretazione è però un altro e ruota intorno al concetto di “atti linguistici”. Quando parliamo non indichiamo solo cose e azioni, ma compiamo degli atti, atti linguistici appunto, che ci assicurano un rapporto con l’interlocutore: si ordina, si interroga, si promette e così via. Bartleby, secondo Deleuze, “devasta” questo sistema. Lo scrivano non solo rifiuta di copiare (e quindi di riprodurre materialmente il linguaggio), ma disattiva gli atti linguistici che permettono a un padrone di ordinare, a un amico di porre domande, a un amante di promettere. Deleuze afferma:
Se Bartleby rifiutasse, potrebbe essere riconosciuto come ribelle o rivoltoso e avere ancora a questo titolo un ruolo sociale. Ma la formula disattiva ogni atto linguistico nello stesso tempo in cui fa di Bartleby un puro escluso al quale nessuna posizione sociale può essere più attribuita. Di questo l’avvocato si accorge con terrore: tutte le sue speranze di riportare Bartleby alla ragione crollano perché si basano su una logica di presupposti, secondo la quale un padrone “si aspetta” di essere obbedito. (p.19)
Bartleby, l’uomo senza referenze, crea una nuova logica, quella della preferenza, che sostituisce la logica convenzionale che si basa sui presupposti (una sorta di do ut des). Deleuze individua, quindi, nel personaggio di Melville il protagonista del tempo che sarà, dell’a-venire. Il saggio, infatti, si conclude così: «Bartleby non è il malato, bensì il medico di un’America malata, il nuovo Cristo. O il fratello di noi tutti» (p. 44).



