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A scuola tra memoria e attualità

Come insegnante di Storia, mi interrogo spesso sul valore educativo della mia disciplina, che dovrebbe essere magistra vitae, affinché gli orrori del passato non si ripetano. Di questi tempi sembra però che la memoria vacilli e che l’Umanità stia drammaticamente ripercorrendo strade note. Fare memoria non vuol dire solamente ricordare eventi accaduti, ma anche riflettere su quegli eventi per comprendere che cosa li ha resi possibili, per evitare il ripetersi di dinamiche dolorose. 

Ecco perché, quest’anno, lo scorso 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, ho proposto alle mie classi una riflessione che mettesse al centro la piramide dell’odio, uno strumento di immediato impatto visivo che riconosce in stereotipi e pregiudizi la base su cui, in un crescendo di odio, si radicano violenze, persecuzioni e genocidi.

 

Laura, classe seconda, ha capito perfettamente il messaggio: Quando ho visto la piramide, mi ha colpito quanto sia facile non accorgersi dei primi gradini. Siamo abituati a pensare alla Shoah come a qualcosa di enorme, ma quella piramide fa capire che tutto è iniziato molto prima, da cose piccole, quasi banali: battute, prese in giro, stereotipi ripetuti senza pensarci. È lì che comincia la discesa. Guardando anche i dati di oggi, mi fa impressione vedere quanto odio circoli ancora, soprattutto sui social. Non parlo solo dell’hate speech vero e proprio, ma di tutto quel contenuto offensivo o discriminatorio che ormai sembra “normale”. Le donne sono ancora tra le più colpite, spesso giudicate per il corpo o per l’aspetto. I migranti, le minoranze religiose, la comunità LGBTQ+ sono bersagli continui. Questo dimostra che la base della piramide è ancora molto attiva.

 

È proprio qui, nel punto di intersezione tra il passato e il presente che, a mio parere, dovrebbe situarsi la Scuola. Eppure, oggi, insegnare è come muoversi su un campo minato a tal punto che molti, per paura di esporsi, si limitano a contenuti puramente accademici, evitando il confronto personale con gli studenti, schivando ogni riferimento all’attualità, perché non si dica che fanno politica in classe. Se, però, alla Scuola riconosciamo il ruolo di agenzia educativa, e non una mera funzione di istruzione dei giovani, allora è giocoforza accettare il rischio di esporsi come esseri umani. Del resto, l’educazione non è mai un fatto neutro, non è mai asettica.

 

Mi spiego. Simona, classe quarta, mi invia una bella riflessione sottolineando che, in Italia, a scuola, si trascura di parlare di omofobia, nonostante il costante utilizzo di un linguaggio discriminatorio tra gli studenti, con il risultato che il pregiudizio non viene messo in discussione e rischia di essere normalizzato. Poi aggiunge qualcosa che mi tocca nel profondo: Parlare di questi temi non significa “imporre ideologie”, ma garantire che tutti gli studenti possano sentirsi riconosciuti e protetti.

 

Ecco il punto: per paura di esporsi, la Scuola oggi, spesso, su questo, come su altri temi, preferisce il silenzio, ma il risultato è una falla educativa, poiché alcuni ragazzi non vengono riconosciuti, mentre ad altri viene negata l’occasione di apprendere il rispetto dell’altro.

 

Non si tratta solo di "essere educati", ma di capire che le parole che usiamo decidono che tipo di società stiamo costruendo, dentro al web e fuori dal web, scrive Carlo, classe quarta, a proposito del linguaggio imperante, intriso di stereotipi e pregiudizi.

 

C’è una sola accortezza, secondo me, fondamentale in questo approccio alla scuola, in particolare nel difficile momento storico che stiamo attraversando: occorre mostrare attenzione anche agli studenti che si fanno portatori di idee poco democratiche o intolleranti, occorre ascoltarli, se vogliamo che imparino ad ascoltare, intercettare le ragioni profonde dei loro sentimenti o dei loro pensieri e partire da lì, con fatica e pazienza, lavorare sulla loro istruzione, per educarli a costruire un diverso approccio alle persone. Michele, classe terza, milita nell’estrema destra, con un approccio però critico, che sottende una profonda riflessione su temi come la giustizia. Non è un provocatore, tende piuttosto a esprimere le proprie idee come alla ricerca di una validazione, rimanendo aperto al confronto. Descrive un episodio in cui voleva manifestare, con altri adulti, la propria opinione. Nessuno cercava davvero di capire cosa intendessi, … non mi veniva lasciato spazio per spiegarmi. Ogni frase veniva interrotta o trasformata in una caricatura, in quel momento mi sono reso conto che per molti la tolleranza vale solo finchè le idee sono uguali alle loro ma, quando qualcuno esprime un pensiero diverso, non viene più visto come una persona, ma come un nemico. Ricordo che a un certo punto ho smesso di parlare, perché continuare non aveva senso: mi sentivo isolato, anche se ero circondato da gente. Educare alla tolleranza, secondo me, significa anche evitare che ragazzini alla ricerca del loro posto nel mondo si sentano così.

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