Luigi Liguori: da Battipaglia a Los Angeles, guarda al futuro dell’oncologia
Il giovane oncologo originario di Battipaglia, vive da un anno a Los Angeles, è stato selezionato per la Leadership and Career Development Award Fellowship della European Society for Medical Oncology. Ricerca traslazionale, immunoterapia, leadership e collaborazioni internazionali al centro del suo percorso.

A 33 anni, il dottor Luigi Liguori rappresenta il volto di una generazione di giovani medici e ricercatori che hanno scelto di misurarsi con una medicina sempre più internazionale, interdisciplinare e fondata sulla collaborazione. Originario di Battipaglia, in provincia di Salerno, Liguori vive da un anno a Los Angeles, dove prosegue la propria attività professionale e scientifica. Il nucleo più importante del suo percorso formativo e accademico si è tuttavia sviluppato in Italia, tra le università di Salerno e Napoli, prima dell’esperienza maturata negli Stati Uniti. La sua formazione è però profondamente legata anche al territorio d'origine e, in particolare, al Dipartimento di Medicina dell'Università degli Studi di Salerno e alla realtà di OncoUnisa. Il riconoscimento recentemente ottenuto dalla European Society for Medical Oncology (ESMO), con la selezione per la Leadership and Career Development Award Fellowship, rappresenta un nuovo passaggio importante di un percorso che unisce attività clinica, ricerca traslazionale e dimensione internazionale.
Che significato ha per lei essere stato selezionato dalla European Society for Medical Oncology per la Leadership and Career Development Award Fellowship e cosa rappresenta questo riconoscimento nel suo percorso professionale e scientifico?
«Essere stato selezionato per la Fellowship è per me motivo di grande soddisfazione, soprattutto perché arriva in una fase molto importante del mio percorso professionale. Ho sempre cercato di costruire la mia carriera combinando l’attività clinica con la ricerca traslazionale, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di approcci sempre più personalizzati per i pazienti oncologici. Considero questo riconoscimento non solo come un riconoscimento del lavoro svolto finora, ma soprattutto come un’opportunità per continuare a crescere. ESMO rappresenta una realtà di riferimento internazionale in oncologia e avere la possibilità di confrontarmi con professionisti provenienti da Paesi e con esperienze diverse rappresenta per me un’opportunità di grande valore.
Ovviamente, rappresenta anche una responsabilità: quella di continuare a investire nella mia formazione, mettermi continuamente in discussione e cercare di trasformare questa esperienza in qualcosa di concreto e utile per il mio percorso futuro e, più in generale, per la comunità».
La Fellowship nasce con l’obiettivo di sostenere la nuova generazione di leader in oncologia: quali competenze di leadership sente di voler sviluppare maggiormente attraverso questa esperienza e come pensa di metterle a disposizione della comunità scientifica e dei giovani ricercatori?
«Credo che una delle competenze che vorrei sviluppare maggiormente sia la capacità di coordinare persone e progetti diversi, mantenendo allo stesso tempo una visione scientifica chiara ed umana. Nella ricerca, infatti, essere un buon leader non significa semplicemente prendere decisioni, ma soprattutto saper ascoltare, valorizzare le competenze degli altri e creare un ambiente nel quale le persone possano lavorare e crescere insieme. Vorrei, inoltre, migliorare le mie capacità di comunicazione e di gestione di progetti scientifici complessi, anche in contesti internazionali».
La ricerca oncologica è sempre più caratterizzata dalla collaborazione tra centri e gruppi di ricerca internazionali. Quali opportunità pensa possa offrirle questa Fellowship in termini di networking, collaborazioni scientifiche e nuovi progetti di ricerca?
«Penso che uno degli aspetti più importanti della Fellowship sia proprio la possibilità di entrare in contatto con una rete internazionale di giovani ricercatori e di professionisti affermati. Oggi molte delle domande più interessanti in oncologia non possono essere affrontate da un singolo gruppo di ricerca, ma richiedono competenze e approcci diversi. Mi piacerebbe quindi utilizzare questa esperienza per creare nuove collaborazioni, confrontarmi con gruppi che lavorano su tematiche complementari alle mie e, possibilmente, sviluppare nuovi progetti di ricerca multicentrici. Credo che il networking abbia valore soprattutto quando non rimane un semplice scambio di contatti, ma si trasforma in collaborazioni concrete e durature».
Nel suo percorso all’interno del Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Salerno, quanto hanno contato la mentorship e il lavoro di squadra? E quale ruolo ritiene debbano avere oggi i giovani ricercatori nella crescita di realtà come OncoUnisa?
«La mentorship ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Credo che nella ricerca sia molto difficile crescere completamente da soli: avere accanto persone con maggiore esperienza, capaci di dare consigli, ma allo stesso tempo di lasciare spazio alle proprie idee e alla propria autonomia, può fare davvero la differenza.
In particolare, i miei mentori, il professor Francesco Sabbatino e il professor Stefano Pepe[LL1] , mi hanno sempre sostenuto e mi hanno insegnato tantissimo, non soltanto dal punto di vista dell’oncologia medica e della ricerca scientifica, ma anche sotto molti altri aspetti che sono stati importanti per la mia crescita professionale e personale. Allo stesso modo, il lavoro di squadra è stato fondamentale. Credo che nella ricerca, soprattutto in oncologia, il confronto tra persone con competenze ed esperienze diverse sia una delle principali fonti di crescita. Nel mio percorso a OncoUnisa ho avuto la possibilità di lavorare a stretto contatto con ricercatori più esperti, come la dottoressa Giovanna Polcaro e Valentina Pagliara, ma anche con studenti e specializzandi. Questo scambio continuo di conoscenze, idee e punti di vista ha contribuito molto alla mia formazione e mi ha insegnato quanto sia importante lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune.
Credo che oggi noi giovani ricercatori dobbiamo avere un ruolo sempre più attivo nella crescita di realtà come OncoUnisa. Non solo contribuire ai progetti già esistenti, ma anche portare nuove idee, nuove tecnologie e nuove collaborazioni. Allo stesso tempo, penso sia fondamentale creare un ambiente in cui i giovani possano sentirsi responsabilizzati e avere la possibilità di sviluppare, passo dopo passo, una propria autonomia scientifica».
Guardando al futuro, quali sono le sfide dell’oncologia che considera più importanti e quali obiettivi professionali e di ricerca vorrebbe raggiungere nei prossimi anni?
«Una delle sfide che considero più importanti è riuscire a capire meglio perché alcuni pazienti rispondono alle terapie e altri sviluppano resistenza, in particolare nel campo dell’immunoterapia. Abbiamo fatto enormi progressi negli ultimi anni, ma una parte significativa dei pazienti non beneficia ancora di queste strategie o sviluppa resistenza nel tempo. Di conseguenza sviluppare nuove terapie é di cruciale importanza. Per questo vorrei continuare a lavorare nell’ambito della ricerca traslazionale, cercando di avvicinare sempre di più la ricerca di laboratorio alle esigenze cliniche. Mi interessano in particolare lo studio dei biomarcatori, dei meccanismi di resistenza all’immunoterapia e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Dal punto di vista professionale, il mio obiettivo a lungo termine è diventare un ricercatore indipendente, capace di costruire e coordinare un gruppo di ricerca internazionale e di sviluppare progetti che possano avere una reale ricaduta sulla pratica clinica».
Da Battipaglia a Salerno, fino a Los Angeles, il percorso del Dott. Liguori racconta una mobilità che non è soltanto geografica. È soprattutto scientifica e culturale. E forse il dato più interessante non è nemmeno il riconoscimento ottenuto, ma ciò che il giovane oncologo dichiara di voler fare con questa opportunità: continuare a imparare, mettersi in discussione, costruire relazioni e trasformare la crescita personale in qualcosa di utile alla comunità scientifica e ai pazienti. Perché nella ricerca, come nella medicina, arrivare è soltanto una parte del viaggio. La sfida più grande è capire dove andare dopo.




