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Il Carrubo, testimone di storia

Pianta simbolo della macchia mediterranea il Carrubo è un albero facente parte della famiglia delle Fabaceae. Infatti il Carrubo, il cui frutto può essere paragonato ad un baccello di fave, è una leguminosa, esattamente come fagioli, piselli ecc. piante solitamente piccole e senza un fusto legnoso. Proprio per tale motivo il Carrubo risulta altamente proteico, esattamente come i suoi “parenti stretti” prima citati. Caratterizzato da foglie tondeggianti e coriacee, questo albero è conosciuto soprattutto per i suoi frutti, le carrube. Questi baccelli dal colore marrone intenso sono da sempre apprezzati per la particolare e inaspettata dolcezza, in passato i semi erano utilizzati anche per curare infiammazioni del sistema respiratorio.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Carrubi_Ragusa,_Sicily.jpg
Carrubi Ragusa, Sicilia - Wolfgang Thielke, CC0, via Wikimedia Commons

Il Carrubo, nome scientifico Ceratonia siliqua, non è arrivato a noi spontaneamente, ma fu importato in Italia dai Greci e, in seguito, con gli Arabi visse il suo periodo d’oro. Lo stesso nome comune che utilizziamo ancora oggi, infatti, deriva dell’arabo - kharrub –, ed è in Sicilia che le popolazioni arabe iniziarono una delle più intense coltivazioni del Carrubo, favorita ovviamente dal clima in quanto, come sappiamo, il Carrubo è una pianta che cresce a bassa quota e che fruttifica nei periodi caldi. Quelle stesse coltivazioni resistono ancora oggi e la Sicilia si attesta una delle più grandi produttrici di carrube in Italia (producendone circa il 70% del totale). 

Mappa di distribuzione di Ceratonia siliqua e Ceratonia siliqua di Pierre-Joseph Redouté


Questa pianta quindi, come spesso è accaduto nel passato, ha sugellato l’unione di più culture del bacino del Mediterraneo.

 

Nella cultura contadina Cilentana il Carrubo ha avuto un grande rilievo.

 

Grazie al contenuto proteico dei suoi frutti e di zuccheri “buoni” (ovvero zuccheri che non causano picchi glicemici) è stato nutrimento fondamentale di generazioni vessate dalla povertà o dalle carestie, biblicamente è associato alla povertà, al deserto, al sostentamento dei più umili. Questo gli è valso il famoso titolo di “cioccolato dei poveri” e, anche in tempi migliori, non ha abbandonato il suo ruolo nutrendo, invece che le persone, il bestiame; era tradizione, durante la bella stagione, “partire” e andare verso la costa, più calda della montagna, dove crescono numerosi alberi per fare scorta di frutti.

 

Questa pianta, in poche parole, accompagna l’uomo cilentano e non da secoli e, anche se oramai i suoi frutti non sono più così indispensabili, rimane un testimone di storia che affonda le sue profonde radici nella nostra terra.

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