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Sorridi, andrà tutto bene: la trappola della positività tossica

“Devi vedere il lato positivo.”

“Dipende tutto da come reagisci.”

“Se vuoi, puoi.”

 

Sono frasi che sentiamo ogni giorno. Spesso arrivano con le migliori intenzioni: incoraggiare, sostenere, motivare. Eppure, sempre più spesso, queste parole rischiano di trasformarsi in qualcosa di diverso: una pressione, quasi un obbligo.

 

Bisogna stare bene. Sempre. Anche a costo di disconnettersi completamente da sé stessi e da ciò che ci circonda.

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La positività, di per sé, non è il problema. Avere uno sguardo fiducioso, saper individuare risorse, coltivare speranza: sono tutti aspetti importanti per il benessere psicologico. Il punto critico emerge quando il “pensare positivo” smette di essere una possibilità e diventa una norma implicita. Quando le emozioni negative, tristezza, rabbia, frustrazione, vengono percepite come errori da correggere anziché esperienze da ascoltare. In questo slittamento sottile, il rischio è di perdere qualcosa di fondamentale: la legittimità del disagio.

 

Dal punto di vista psicologico, non tutte le emozioni sono funzionali al benessere immediato, ma questo non significa che siano disfunzionali: la rabbia può segnalare un confine violato, la tristezza può indicare una perdita o un bisogno non soddisfatto, la frustrazione può essere il riflesso di un contesto che non permette espressione o crescita. Ridurre queste esperienze a qualcosa da “trasformare” rapidamente in positivo significa, in molti casi, non ascoltare ciò che stanno cercando di comunicare.

 

Quando la positività diventa un’aspettativa sociale, chi non riesce a “stare bene” si trova in una posizione paradossale: non solo soffre, ma sente anche di stare soffrendo nel modo sbagliato. Questo si traduce spesso in senso di colpa, autocritica, senso di inadeguatezza. Le persone, pur affrontando situazioni oggettivamente difficili, come lavori precari, relazioni instabili, carichi emotivi elevati, si chiedono cosa ci sia di sbagliato in loro, perché “non riescono a reagire meglio”. La domanda, però, potrebbe essere un’altra: e se il problema non fosse la tua reazione?

 

Intendiamoci: a volte lo è, assolutamente. Il punto è imparare a distinguere le nostre trappole mentali dalle trappole esterne create da un sistema non costruito per il nostro benessere.

 

In linea con una cultura che tende a riportare tutto sull’individuo, anche la gestione emotiva diventa una responsabilità totalmente personale. Se stai male, devi cambiare prospettiva. Se sei stressato, devi imparare a gestirlo. Se sei insoddisfatto, devi lavorare su di te.

 

Ma non sempre il disagio nasce da dentro, a volte è una risposta coerente a condizioni incoerenti. In questo senso, la positività tossica diventa funzionale: sposta l’attenzione dal contesto alla persona, evitando di mettere in discussione ciò che, forse, meriterebbe di essere seriamente ripensato.

 

Con questo non voglio dire che si debba rinunciare a stare meglio, o rifiutare ogni forma di cambiamento personale, ma piuttosto che si potrebbe cambiare il punto di partenza. Invece di chiedersi subito: “come posso trasformare questa emozione?”, domandarsi: cosa mi sta dicendo? Riconoscere un’emozione non equivale a rimanerci intrappolati. Al contrario, è spesso il primo passo per attraversarla in modo autentico.

 

Purtroppo, viviamo in un contesto che ci ha fortemente anestetizzato, creando una vera e propria epidemia di analfabetismo emotivo: difficilmente quando proviamo un’emozione sappiamo anche nominarla correttamente, e questo ha conseguenze pesanti sulla nostra capacità di leggere ciò che ci accade, perché le emozioni sono segnali. In questo contesto che premia la leggerezza, la velocità e la performance anche emotiva, concedersi di non stare bene può sembrare controproducente, e in un certo senso deve esserlo, per uscire dalla logica dell’essere sempre produttivi. Perché è proprio lì che si apre uno spazio più onesto: quello in cui le esperienze non devono essere immediatamente aggiustate, ma possono essere comprese.

 

Non sempre il problema è che vediamo tutto negativo, a volte ci è stato insegnato a non vedere affatto.

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