Quando un semplice basta non ferma più la violenza del branco
- Anna Lorenzini

- 16 apr
- Tempo di lettura: 3 min
A Massa un uomo di 47 anni, Giacomo Bongiorni, è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di ragazzi. Aveva detto una parola semplice: “basta”. È una parola minima, quasi fragile, eppure è il punto esatto in cui una società decide se esiste ancora oppure no. Perché “basta” è il confine. E quando il confine non viene più riconosciuto, non siamo davanti a un eccesso, siamo davanti a un cambiamento più profondo, quasi impercettibile, in cui la violenza smette di essere un’eccezione e diventa un linguaggio.

Non è un linguaggio dichiarato, non ha grammatica né teoria, ma si manifesta come scorciatoia: quando manca tutto il resto – educazione, senso del limite, capacità di reggere il conflitto – resta la forza. E la forza, quando non è contenuta, diventa sopraffazione. Non è un caso che questo avvenga in gruppo. Il gruppo non è solo una somma di individui, è una trasformazione. La psicologia sociale ci insegna come l’individuo, immerso in una dinamica collettiva, perda progressivamente la percezione di sé come responsabile. La coscienza si diluisce, il giudizio si abbassa, l’azione si sposta verso ciò che da solo non farebbe mai. Non è una giustificazione, è una diagnosi. È ciò che spiega perché il branco non pensa, ma agisce; non valuta, ma reagisce; non si ferma, perché nessuno sente davvero di doverlo fare.
Dentro questa dinamica si inserisce anche una dimensione psicofisica che spesso viene data come giustificazione: l’alcol, l’eccitazione, la notte, la presenza degli altri corpi. Tutto contribuisce a una sorta di abbassamento della soglia, a una disinibizione che non crea la violenza, ma la libera. È come se venisse meno il filtro che normalmente tiene insieme impulso e azione. E quando quel filtro cede in più persone contemporaneamente, il risultato non è la somma, ma l’amplificazione, il gesto diventa più rapido, più cieco, più irreversibile.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla descrizione del fenomeno, perché il punto non è solo capire come accade, ma chiedersi perché accade sempre più spesso, e perché accade con una tale leggerezza. La risposta non può essere unica, ma passa da una frattura evidente tra libertà e responsabilità. Abbiamo costruito una cultura che rivendica giustamente spazi di libertà, ma non abbiamo insegnato che il proprio spazio non è illimitato e fatichiamo sempre di più a sostenere il peso delle conseguenze. E quando le conseguenze non sono percepite come certe, vicine, inevitabili, il limite perde forza.
Da qui nasce quella sensazione diffusa, spesso espressa con rabbia, che la legge non basti, che la pena non sia all’altezza, che tutto si perda in attenuanti, percorsi, giustificazioni. È una percezione che merita attenzione, perché non riguarda solo il diritto, ma il suo significato simbolico. La legge non è soltanto un insieme di norme, è un patto. E ogni patto vive sulla fiducia che ciò che è vietato abbia un peso reale. Non si tratta di invocare automaticamente la pena più dura, né di trasformare la giustizia in vendetta, ma nemmeno si può ignorare che, quando la distanza tra reato e conseguenza appare troppo ampia, qualcosa si incrina. La responsabilità smette di essere un argine e diventa un’opzione.
Eppure, anche questa non è la radice più profonda. Perché la violenza non nasce solo dove la legge è debole. Nasce dove l’altro perde consistenza. È lo stesso meccanismo che si ritrova nella violenza sugli animali, nelle parole che feriscono, nei gesti quotidiani che riducono l’altro a oggetto. Quando il volto scompare, quando l’altro non è più percepito come portatore di un limite inviolabile, tutto diventa possibile. E ciò che oggi appare estremo, domani rischia di diventare normale. In questo senso, la violenza è il segno di uno squilibrio che rompe l’armonia. Non è forza, è perdita di misura e non c’è equilibrio, non c’è centro, non c’è più nulla che tenga insieme l’azione.
Comprendere questo non significa attenuare la responsabilità, ma anzi renderla più esigente. Perché se la violenza è anche il prodotto di un contesto, allora quel contesto chiama in causa tutti: istituzioni, educazione, cultura. Senza alibi. Senza sconti, nel senso più serio del termine. Sconti di pena, certo, ma anche sconti morali, culturali, collettivi. Ogni volta che si minimizza, ogni volta che si giustifica, ogni volta che si archivia come episodio, si contribuisce a rendere quel linguaggio più disponibile.
Resta allora quell’immagine iniziale: un uomo che dice “basta”. È una parola che dovrebbe essere sufficiente, in una società funzionante, a fermare tutto. Se non lo è, se diventa invece l’innesco della violenza, allora il problema non è solo chi colpisce. È il fatto che quel “basta” non sia più riconosciuto come vincolo, come limite, come confine condiviso. Ed è forse questo il punto più difficile da accettare, che la violenza non inizia nel momento del colpo, ma molto prima, nel lento svuotamento di ciò che dovrebbe impedirlo.



