Non abbiamo mai saputo così tanto. E non siamo mai stati così disorientati
- Barbaro Antonio Pontoriero

- 10 giu
- Tempo di lettura: 4 min
L’epoca dell’informazione totale e la nostalgia di ciò che abbiamo dimenticato.

Al mattino controlliamo il telefono prima ancora di alzarci dal letto. È un gesto quasi automatico, inconsapevole. In pochi minuti leggiamo notizie provenienti da ogni parte del mondo, scorriamo immagini, opinioni, consigli, dati, statistiche. Possiamo ascoltare una conferenza tenuta dall’altra parte del pianeta, consultare una biblioteca digitale, dialogare con un’intelligenza artificiale, imparare una nuova lingua o approfondire un argomento che fino a pochi anni fa sarebbe stato accessibile solo agli specialisti.
Mai, nella storia dell’umanità, l’essere umano ha avuto a disposizione una tale quantità di conoscenze. Eppure qualcosa non torna. Proprio mentre sappiamo sempre di più, molti di noi avvertono una crescente sensazione di smarrimento.
Non mancano le informazioni. Manca spesso la direzione.
Possediamo strumenti potentissimi, ma non sempre sappiamo verso quale meta orientarli. Abbiamo accesso a migliaia di risposte, ma continuiamo a porci le stesse domande fondamentali.
Chi sono?
Che cosa sto cercando?
Perché, nonostante i progressi tecnologici e materiali, continuo a sentirmi inquieto?
Questa contraddizione è uno dei grandi paradossi del nostro tempo.
La nostra epoca ha moltiplicato il sapere, ma non necessariamente la saggezza. Ha ampliato le possibilità, ma non sempre la capacità di scegliere. Ci ha resi più connessi, ma non per questo più vicini agli altri o a noi stessi. Forse stiamo confondendo il sapere con il comprendere. Conoscere molti dati non significa necessariamente conoscere sé stessi.
Molti pensatori hanno affrontato questo tema in epoche diverse. Seneca osservava che gli uomini attraversano il mondo alla ricerca di ciò che spesso portano già dentro di sé. Pascal vedeva nell’incapacità di sostare nel silenzio una delle radici della sofferenza umana. Kierkegaard parlava dell’angoscia come della vertigine che nasce di fronte alla libertà di scegliere. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’essere umano può sopportare quasi ogni dolore se riesce a trovare un significato.
Sono autori lontani nel tempo e nelle sensibilità, eppure sembrano convergere su un punto essenziale: il problema dell’uomo non è soltanto sapere di più, ma capire per che cosa vivere. È un problema di senso autentico.
Anche Dante, all’inizio della Divina Commedia, ci consegna un’immagine sorprendentemente attuale.
«Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura.»
La selva oscura non è soltanto un luogo letterario. È una condizione dell’esistenza. È il momento in cui ci si accorge di avere molte strade davanti e nessuna bussola. È la sensazione di chi possiede competenze, informazioni, possibilità e tuttavia non riesce a trovare un orientamento.
Forse la crisi contemporanea non è una crisi della conoscenza. Forse è una crisi del significato.
Ogni giorno siamo raggiunti da migliaia di stimoli. Tutto sembra suggerirci la stessa soluzione: aggiungere qualcosa.
Un nuovo corso.
Una nuova esperienza.
Un nuovo dispositivo.
Una nuova tecnica.
Una nuova competenza.
L’idea implicita è sempre la stessa: ti manca qualcosa.
E se fosse proprio questa convinzione a renderci inquieti?
Se il nostro disagio non derivasse da una mancanza, ma da una dimenticanza?
Può sembrare una provocazione, eppure molte tradizioni filosofiche hanno percorso questa strada. Per Platone conoscere significava, in un certo senso, ricordare. Numerosi percorsi spirituali hanno suggerito che la crescita autentica non consiste soltanto nell’accumulare, ma anche nel recuperare qualcosa che è stato smarrito.
Non necessariamente un ricordo del passato.
Piuttosto una consapevolezza.
Una verità dimenticata.
Un contatto perduto con ciò che conta davvero.
Forse per questo molte persone, pur ottenendo successi, riconoscimenti o benessere materiale, continuano ad avvertire una sottile inquietudine.
Una nostalgia difficile da definire.
Non la nostalgia di un luogo.
Non la nostalgia di una persona.
Non la nostalgia della giovinezza.
Qualcosa di più profondo.
Una nostalgia senza nome.
Come se una parte essenziale di noi sapesse che esiste altro rispetto alla continua corsa verso il prossimo obiettivo.
Il sociologo Bauman ha descritto la nostra come una società liquida, caratterizzata da relazioni fragili, identità mutevoli e punti di riferimento sempre più incerti. Più recentemente, il filosofo Byung-Chul Han ha osservato come la società contemporanea sia dominata dall’eccesso: eccesso di prestazioni, di stimoli, di comunicazione, di esposizione.
Forse il rischio non è il vuoto.
Forse il rischio è il troppo.
Troppo rumore per ascoltare ciò che conta.
Troppa velocità per comprendere.
Troppa informazione per distinguere l’essenziale dal superfluo.
Non è un caso che, in epoche molto diverse dalla nostra, uomini come Francesco d'Assisi abbiano formulato richieste che oggi suonano sorprendentemente attuali. Nella preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano, Francesco non domanda ricchezza, successo o potere. Chiede piuttosto che siano illuminate "le tenebre del cuore". È un'immagine che conserva tutta la sua forza: il problema fondamentale dell'essere umano non è soltanto ciò che ignora del mondo, ma ciò che fatica a vedere dentro di sé.
Per questo la sfida del nostro tempo potrebbe essere diversa da quella che immaginiamo. Forse non abbiamo bisogno soltanto di imparare cose nuove. Abbiamo bisogno di discernere. Di fare spazio, di recuperare il senso delle domande fondamentali.
Chi siamo?
Che cosa amiamo?
Quale significato vogliamo dare al nostro passaggio nel mondo?
Sono interrogativi che nessuna tecnologia potrà risolvere al posto nostro. Ed è proprio qui che la filosofia conserva tutta la sua attualità. Non perché offra risposte definitive, ma perché ci aiuta a formulare le domande giuste.
In un’epoca che ci invita continuamente ad aggiungere, potrebbe essere rivoluzionario fermarsi per ricordare.
Non qualcosa del passato.
Qualcosa di più profondo.
Qualcosa che riguarda la nostra stessa natura.
Perché talvolta non è una nuova risposta ciò di cui abbiamo bisogno.
È ritrovare la domanda che abbiamo dimenticato di porci.



